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La CO2? Un buon investimento. Ecco come vendere e comprare una tonnellata di emissioni
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La CO2? Un buon investimento. Ecco come vendere e comprare una tonnellata di emissioni

di Patrizia Feletig
21 novembre 2025, 20:20

Uno dei punti di discussione più significativi alla COP30 in chiusura a Belem, è l’attenzione rivolta ai mercati del carbonio. Attualmente ne esistono 38 tra Europa, Cina, Canada, Giappone, Stati Uniti, Sud Corea, e un’altra ventina in nuce. Ecco come funzionano

Uno dei punti di discussione più significativi alla COP30 in chiusura a Belem, è l’attenzione rivolta ai mercati della CO2. Il Brasile, come presidente della Conferenza, ha fatto del prezzo del carbonio una priorità, avanzando una proposta per un quadro internazionale di tariffazione delle emissioni che alterano il clima, con regole flessibili per i paesi in via di sviluppo e alcune esenzioni per nazioni meno sviluppate.

Il prezzo del carbonio rappresenta il barometro più sensibile della volontà nella lotta ai cambiamenti climatici. E quando i mercati del carbonio sono ben regolati, costituiscono un acceleratore della decarbonizzazione, essendo lo strumento più efficace nell’indirizzare nel modo più efficiente le risorse verso le tecnologie green con il maggior ritorno sull’investimento.

Attualmente più di un quarto delle emissioni mondiali è coperto da strumenti di carbon pricing. Esistono 38 mercati del carbonio tra Europa, Cina, Canada, Giappone, Stati Uniti, Sud Corea, e un’altra ventina in abbozzo, tra cui il Brasile. E la tendenza è una forte espansione. La proposta brasiliana offre una spinta all’evoluzione dagli schemi regionali regolamentati non interrelati tra loro a un mercato globale libero del prezzo del carbonio.

Parallelamente, questo ridisegno trasforma l’asset CO2 in una classe di attività finanziaria emergente molto interessante nelle strategie di portafoglio di investimenti, dalle negoziazioni spot agli ETF.

I carbon market si distinguono in due tipologie

I mercati regolamentati con permessi di emissione di carbonio (siano essi allowance o carbon tax) e mercati volontari con crediti/compensazioni di carbonio (carbon off-set). Entrambi i titoli rappresentano l’equivalente di una tonnellata di anidride carbonica.

I primi sono governati da meccanismi cogenti in cui le autorità stabiliscono dei limiti obbligatori alle emissioni per i settori ad alta intensità emissiva come energia, industria pesante, aviazione: le relative imprese devono acquistare permessi di emissioni pari alle loro emissioni che eccedono i limiti fissati. Il modello meglio noto è l’ETS, European Trading Scheme, sistema ufficiale e obbligatorio istituito nel 2005, che limita le emissioni rilasciate direttamente in Europa emettendo un numero limitato di permessi (UEA, UE ETS allowance) per settore e aziende, annualmente rivisti al ribasso secondo il meccanismo cap-and-trade.

I permessi sono assegnati tramite aste che determinano un prezzo del carbonio fluttuante in base alla domanda e offerta sul mercato. Oltre ai permessi rilasciati con le aste, chi avesse la necessità a coprire maggiori emissioni potrebbe acquistare ulteriori permessi da soggetti che ne hanno maturati in eccesso. Durante il 2025, il prezzo del UEA ha registrato particolare dinamismo, attestandosi in una forchetta tra i 60 e 85€, per effetto dei progressivi tagli all’offerta dei permessi legata al piano europeo Fit for 55 e al contempo dai shock esterni derivanti da tensioni commerciali globali e spinte speculative. Inoltre, a partire dal 2026, non saranno più disponibili quote gratuite, quelle destinate a prevenire il fenomeno del trasferimento delle produzioni in paesi con normative ambientali meno stringenti.

La strozzatura dell’offerta

In previsione della strozzatura dell’offerta di permessi di emissione, le aziende hanno iniziato a fare acquisti anticipati mentre alcuni fondi d’investimento hanno scommesso sulla spinta rialzista dei prezzi fino a 120-130 €/tonnellata entro il 2030, accumulando posizioni lunghe. Inoltre, fino alla recente decisione della Commissione di ritardare di un anno l’entrata in vigore al 2028, all’orizzonte incombeva l’ETS2. Si tratta di un sistema rafforzato di permessi che non solo allarga la platea di soggetti al settore dall’edilizia ai trasporti impattando direttamente i bilanci familiari (si calcola +13 cent/litro di benzina e gasolio e +10 cent/mc di gas) ma smarrisce il principio di efficienza garantito dal mercato prerogativa dello schema attuale.

Infatti, siccome le quote sono scambiabili, i costi di un soggetto A diventano i ricavi di un soggetto B. Attraverso la compravendita dei permessi assegnati con aste e a titolo gratuito, il profilo di “chi inquina paga” si combina con quello di “chi riduce CO2 viene remunerato”. Questo permette alle risorse di rimanere all’interno del sistema dei soggetti coinvolti e di minimizzare il costo marginale di abbattimento di emissioni di gas che alterano il clima.

Il sistema ha generato complessivamente oltre 230 miliardi di euro in proventi di cui 38,8 miliardi solo nel 2024, grazie ai prezzi crescenti dei permessi di emissione. Questi sono redistribuiti per 2/3 ai bilanci degli Stati membri, con l’obbligo di destinare il 100% dei ricavi a scopi climatici ed energetici. Ma la tracciabilità sarebbe da perfezionare.

In Italia tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato oltre 15 miliardi di euro e, secondo le elaborazioni del think tank Ecco, solo il 9% è stato indirizzato per interventi di mitigazione climatica e transizione energetica. Nel 2022, con la fiammata del prezzo del gas, una parte dei fondi è servita a tamponare i rialzi delle bollette di famiglie e imprese.

Nella versione ETS2, gli Stati raccolgono gli introiti delle aste dei permessi assegnati a titolo oneroso e li rigirano all’Unione Europea per destinarli al social climate fund, all’innovation fund e al fondo per la modernizzazione. Da strumento di mercato diventa prelievo fiscale, similarmente alla controversa carbon tax per adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM). Di fatto, un dazio in vigore dall'anno prossimo e finalizzato proteggere la competitività delle imprese europee da concorrenti in economie più permissive in termini di standard ambientali; ma anche indirettamente destinato a incentivare altri paesi a introdurre propri sistemi di tariffazione del carbonio.

Il ruolo della Cina

Invece di lasciare che sia l’UE a riscuotere i proventi del carbonio alla frontiera, perché non incassarli direttamente? Difatti la Cina ha rafforzato il proprio mercato regolamentato del prezzo del carbonio, imitata da Thailandia e Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, il CBAM, che è criticato sia da parte della manifattura europea che considerato penalizzante dai paesi in via di sviluppo, sarà oggetto di revisione.

Un numero crescente di paesi sta integrando, nei propri sistemi regolamentati di quote di carbonio, il mercato volontario dei crediti di CO2 derivanti da progetti di riduzione e rimozione di carbonio. Di fatto, il soggetto acquirente di crediti bilancia parte delle sue emissioni in patria con progetti di decarbonizzazione in paesi terzi. Questa delocalizzazione, per ridurre o evitare emissioni nocive, può assumere la forma di un progetto di riforestazione, energie rinnovabili, biofuel, cattura della CO2. Questi meccanismi flessibili introdotti dal Protocollo di Kyoto non hanno, in passato, registrato particolare successo a causa del loro abbandono da parte degli Stati Uniti, Canada e Australia e per alcuni episodi di greenwashing e doppio conteggio che hanno minato la fiducia nell’integrità delle riduzioni, che devono essere reali e permanenti. Superati in seguito con l’affermazione di diversi standard di certificazione internazionali.

L’Unione Europea , che li aveva esclusi dal 2013, sta discutendo la reintroduzione dei crediti di CO2 internazionali per abbattere i costi della transizione e favorire un approccio tecnologicamente e geograficamente neutrale.

Nelle negoziazioni pre-COP30, l’accordo raggiunto dagli Stati dell’UE conferma il target 2040 di 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990, considerando però la possibilità per i paesi membri di coprire fino al 5% (con possibilità di raddoppiare) il calo delle emissioni con progetti ambientali in Paesi terzi certificati tramite crediti internazionali di CO2 di qualità.

In pratica, esternalizzando la decarbonizzazione in un paese meno sviluppato e con processi industriali a più alta intensità carbonica, diventerebbe possibile per uno stato UE di abbassare all’80% il taglio delle emissioni al 2040.

Ora a Belem si gioca la partita per promuovere un quadro internazionale per la tariffazione del carbonio, basato su un accordo multilaterale. Il Brasile spera di convincere più paesi ad aderire a una nuova coalizione, con un accordo su una serie di regole di base per guidare l'interazione tra i sistemi mondiali di determinazione del prezzo della CO2 e consentire una maggiore flessibilità ai paesi in via di sviluppo.

Anche se attualmente solo una manciata di transazioni è direttamente legata alla creazione e alla vendita di crediti di carbonio, questa evoluzione nell’accettazione dei crediti di CO2 come leva di mercato nei percorsi di decarbonizzazione, apre interessanti prospettive di investimento in fondi legati ai principali programmi cap-and-trade, a indici che replicano i contratti futures sui crediti di carbonio. (riproduzione riservata)



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