L’inflazione nell’Eurozona è aumentata al 2,1% su base annua ad agosto, dal 2% di luglio, in linea con le attese di mercato. È quanto emerso dalla stima preliminare di Eurostat. Il dato ha rafforzato le previsioni di una pausa della Bce sui tassi nella riunione dell’11 settembre.
L’inflazione core, cioè al netto delle componenti più volatili (cibo ed energia), è rimasta stabile al 2,3%. Un’indicazione positiva è arrivata dal carovita nei servizi che è sceso al 3,1% (dal 3,2%). I prezzi dell’energia sono scesi dell’1,9% (da -2,4% di luglio), quelli del cibo sono saliti del 3,2% (da 3,1%).
Il carovita è stato inferiore alle stime in Italia (1,7%), Francia (0,8%) e Spagna (2,7%), mentre è stato superiore alle previsioni in Germania (2,1%).
Per Citi «è solo questione di tempo prima che le pressioni disinflazionistiche legate all’apprezzamento dell’euro e alla deflazione cinese importata si traducano in un ulteriore rallentamento dell’inflazione dei beni core». Citi prevede inoltre che il carovita legato a servizi e salari rallenti al di sotto del 3% e che il picco nel comparto alimentare sia raggiunto nel terzo trimestre del 2025.
Secondo Capital Economics l’inflazione dei servizi «scenderà ulteriormente nei prossimi mesi, poiché le condizioni del mercato del lavoro si stanno allentando e gli indicatori anticipatori e le indagini sulle imprese indicano un calo dell’inflazione salariale».
I mercati monetari escludono una sforbiciata dei tassi anche nel consiglio Bce di ottobre, mentre vedono una probabilità su tre di riduzione a dicembre.
Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo Bce, ha mantenuto la linea hawkish (falco) in un’intervista a Reuters: «Potremmo già essere leggermente accomodanti sui tassi. Quindi non vedo alcun motivo per un ulteriore taglio nella situazione attuale». Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel nei giorni scorsi ha detto che «l’asticella è alta» per una riduzione dei tassi.
Secondo Schnabel l’economia dell’Eurozona sta andando meglio del previsto grazie alla «robusta crescita della domanda interna» e ora è in arrivo un «significativo impulso fiscale» dal maxi-piano tedesco della Germania su difesa e infrastrutture.
Schnabel ha una posizione diversa sull’impatto dei dazi rispetto a gran parte del consiglio Bce e alle stime della banca centrale: «Continuo a credere che i dazi siano inflazionistici», ha detto. «Se si verifica un aumento dei prezzi dei fattori produttivi a livello globale a causa dei dazi e questi si propagano attraverso le reti di produzione globali, ciò aumenterà le pressioni inflazionistiche ovunque».
Il membro tedesco del board teme anche l’interruzione delle catene di approvvigionamento. Nel complesso, secondo Schnabel, i rischi sull’inflazione sono al rialzo, un altro punto divergente rispetto a molti altri banchieri centrali. L’anno prossimo l’inflazione è attesa all’1,6%, sotto l’obiettivo Bce del 2% e diversi governatori hanno ricordato il pericolo che il dato si allontani ulteriormente dal target.
Tra questi ultimi, il governatore finlandese Olli Rehn ha sottolineato nei giorni scorsi i rischi al ribasso sull’inflazione legati a «costo dell’energia più basso, euro forte e inflazione dei servizi contenuta». Rehn ha inoltre evidenziato che le proiezioni Bce di giugno includevano un altro taglio dei tassi e che l’impatto del piano della Germania dipenderà dalla velocità delle decisioni del governo tedesco.
Anche il banchiere centrale lituano Gediminas Simkus ha rilevato a Econostream che un’altra riduzione dei tassi è più probabile di una pausa e che la riunione di dicembre sarà un appuntamento chiave.
Schnabel invece già pensa al prossimo aumento dei tassi, anche se non sarà immediato: «Un mondo più frammentato con un’offerta globale meno elastica, una maggiore spesa fiscale e società che invecchiano è un mondo con un’inflazione più elevata», ha detto. «Pertanto ritengo che il momento in cui le banche centrali di tutto il mondo inizieranno nuovamente ad aumentare i tassi potrebbe arrivare prima di quanto molti pensino attualmente». (riproduzione riservata)