Il 23 luglio scorso la Casa Bianca ha pubblicato un nuovo documento strategico intitolato America’s AI Action Plan. Si tratta di un testo lungo, articolato e denso di proposte operative il quale, prima ancora che per i contenuti, colpisce per il linguaggio. Sin dalle prime righe si capisce che non si tratta di una semplice roadmap tecnologica ma di una dichiarazione d’intenti politica, ideologica e identitaria.
Il governo americano dichiara con questo documento che l’intelligenza artificiale è lo strumento attraverso cui gli Stati Uniti devono riaffermare il proprio «dominio tecnologico incondizionato» sul piano globale. Il lessico è muscolare, competitivo, quasi bellico, si parla di corsa, supremazia, infrastrutture da costruire a ogni costo e in tutto il discorso spicca un’espressione ricorrente: «American Values».
Assistiamo, quindi, a un cambio totale di paradigma. Nelle precedenti strategie dell’amministrazione Biden, in sinergia con l’approccio europeo, uno spazio significativo era occupato anche da principi universali come i diritti umani, la non discriminazione, la protezione dei soggetti vulnerabili.
Ora, al contrario, il baricentro si sposta sui «valori americani» e sulla «libertà di parola», intesa però quest’ultima come rifiuto di qualsiasi forma di moderazione, filtraggio o ingegneria sociale. In modo esplicito, il piano chiede di rimuovere dalle linee guida federali ogni riferimento a «disinformazione, diversity, uguaglianza, inclusione, cambiamento climatico». Si tratta dei principi combattuti da Trump fin dal suo insediamento, con vari decreti, tutti tesi a bloccare, anche nelle accademie, l’utilizzo di termini e soprattutto di policy che possiamo etichettare per comodità «Diversity, inclusion, sustainability».
Non si tratta, quindi, solo di retorica. Il piano prevede, tra le altre cose, che gli Stati che adottano regolazioni sull’Ai considerate troppo onerose e soprattutto aderenti a queste policy, possano essere esclusi dai finanziamenti pubblici. Una misura che suona come un chiaro avvertimento: chi tutela troppo, resta indietro. A essere penalizzati non sarebbero solo gli stati più progressisti, ma anche le aziende e le università che operano in ambienti regolati.
Ancora più inquietante è il passaggio dedicato alla protezione delle innovazioni commerciali e governative, che lascia intravvedere un potenziale ampliamento del controllo statale sulla diffusione di tecnologie Ai, con logiche protezionistiche e di segretezza difficilmente compatibili con i principi di apertura, interoperabilità e trasparenza promossi finora nei consessi multilaterali e nel mondo globale.
Sul piano del lavoro l’Ai Action Plan parla esplicitamente di «potenziare la workforce americana», concentrandosi quasi esclusivamente su profili tecnici da impiegare nell’espansione della manifattura e nella costruzione di data center e impianti energetici. Nulla si dice, invece, sull’impatto dell’automazione cognitiva nei servizi, nell’amministrazione, nei settori ad alto impiego impiegatizio. Il rischio di perdita massiccia di posti di lavoro viene eluso, se non negato.
Infine, un capitolo centrale riguarda il ruolo del dipartimento della Difesa, che viene spinto ad adottare su larga scala tecnologie Ai per scopi operativi e decisionali, in un’ottica di automazione crescente dei processi militari e di intelligence, senza alcun riferimento a vincoli di diritto internazionale, a salvaguardie etiche, a limiti d’uso.
È difficile leggere questo piano senza immaginarne l’impatto non solo negli Stati uniti, ma in tutta la comunità tecnologica globale: per il modello europeo, si tratta, a questo punto di reagire, non tanto e non solo difendendo il proprio modello di sviluppo, ma occupando settori di mercato che inevitabilmente saranno lasciati liberi. (riproduzione riservata)
*ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano