Pugno duro di Israele contro la Palestina: approvato in via definitiva un insediamento in Cisgiordania che divide in due la regione e, di fatto, impedisce la realizzazione di uno stato unito di Palestina.
Si tratta del controverso progetto di insediamento E1 (abbreviazione di ‘East 1’), che prevede la costruzione di 3.401 unità abitative tra Gerusalemme e l’insediamento di Ma’ale Adumim, uno dei più grandi insediamenti israeliani con una popolazione di circa 40 mila abitanti.
Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich ha annunciato l’ok al progetto definendolo storico. Ma il piano di fatto dividerebbe in due la Cisgiordania, isolando la parte nord da quella sud, impedendo alcuna realizzazione di uno Stato unito di Palestina, sottolinea il Times of Israel.
Questo dello sviluppo dell’insediamento nella zona denominata E1, un’area aperta a est di Gerusalemme, in realtà non è nuovo, ma è in discussione da oltre vent’anni. Rimasto congelato solo grazie alle pressioni di Stati Uniti, Unione Europea e altri attori internazionali durante le precedenti amministrazioni proprio per le conseguenze irreversibili che avrebbe potuto avere sulla soluzione dei «due popoli, due Stati» ora con il sì definitivo da parte della Commissione per l’urbanistica e l’edilizia, il governo di Israele ha deciso di sbloccare l’impasse. Se il processo andrà avanti rapidamente, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare nei prossimi mesi e la costruzione delle case potrebbe iniziare tra circa un anno.
Immediata la reazione dell’Unione europea: «La decisione delle autorità israeliane di portare avanti il piano di insediamento E1 compromette ulteriormente la soluzione dei due Stati e costituisce una violazione del diritto internazionale. L’Ue esorta Israele a rinunciare a tale decisione, sottolineandone le profonde implicazioni e la necessità di valutare misure volte a salvaguardare la fattibilità della soluzione dei due Stati», afferma il Servizio di Azione Esterna dell’Ue.
Per Berlino il progetto edilizio israeliano nell’area E1 è una violazione del diritto internazionale. Il governo di Tel Aviv è stato invitato a bloccare immediatamente ogni attività di insediamento.
Il progetto è stato duramente criticato dai palestinesi e da organizzazioni per i diritti umani israeliane perché di fatto divide in due la Cisgiordania e mette fine alla possibilità di realizzare in futuro due Stati. In particolare l’Autorità Nazionale Palestinese ha sostenuto che il progetto trasforma la West Bank in una «vera e propria prigione»: «Ciò consolida la divisione della Cisgiordania occupata in aree e cantoni isolati e geograficamente disconnessi – osserva l’Anp – simili a vere e proprie prigioni, dove gli spostamenti tra di essi sono possibili solo attraverso i posti di blocco dell’occupazione, nel terrore delle milizie armate dei coloni sparse per tutta la Cisgiordania».
Intanto Israele procede anche nella preparazione dell’occupazione militare di Gaza, nonostante gli appelli giunti da più parti a non farlo. Il ministro della Difesa, Yisrael Katz, ha approvato, il 20 agosto, il piano di attacco dell’Idf sottopostogli dal capo di stato maggiore, Eyal Zamir. L’offensiva si chiamerà «I carri di Gideon B», e fa seguito alla precedente operazione con lo stesso nome con cui l’Idf ha preso il controllo di oltre il 75% della Striscia di Gaza. Ok anche ai preparativi umanitari per accogliere i residenti palestinesi che saranno evacuati da Gaza City, circa un milione, verso sud quando inizierà l'attacco. In vista dell’imponente operazione, sconsigliata anche da molti esperti militari, alcuni anche israeliani, Katz ha dato il via libera alla chiamata alle armi di circa 60 mila riservisti. (riproduzione riservata)