Intesa Sanpaolo porta al voto degli azionisti il passaggio decisivo per l’opas su Mps. Oggi alle 10, al nuovo centro direzionale di Torino, l’assemblea sarà chiamata ad attribuire al cda la delega per l’aumento di capitale destinato a finanziare la componente azionaria dell’offerta. I soci non parteciperanno fisicamente ai lavori: l’esercizio del voto avverrà attraverso il rappresentante designato.
L’esito appare largamente scontato. Le prime proiezioni indicano una partecipazione vicina al 65% del capitale, sostanzialmente in linea con le più recenti assemblee del gruppo guidato da Carlo Messina, mentre i voti favorevoli dovrebbero superare il 90%, con alcune stime che arrivano fino al 95%. Un sostegno molto ampio che riflette anche il giudizio positivo espresso nei giorni scorsi dai principali proxy advisor e il favore con cui una parte rilevante degli investitori istituzionali guarda all’operazione.
La delega consentirà a Intesa di emettere fino a 4,86 miliardi di nuove azioni, pari al 21,7% del capitale post aumento, da utilizzare come moneta di scambio con gli azionisti Mps che aderiranno all’offerta. Il corrispettivo prevede 1,6 azioni Intesa Sanpaolo di nuova emissione più un euro in contanti per ogni titolo del Monte, con una componente cash complessiva che, in caso di adesione totale, arriverebbe a circa 3 miliardi. L’offerta valuta Mps circa 30,6 miliardi di euro.
È proprio la diluizione superiore al 20% uno dei punti sui quali gli azionisti sono chiamati a misurare la convenienza dell’operazione. La risposta di Intesa è affidata soprattutto alla crescita attesa degli utili: secondo le previsioni della banca, già dal 2026 utile e dividendo per azione dovrebbero risultare superiori di circa l’8% rispetto allo scenario stand alone. In altri termini, l’incremento del numero dei titoli sarebbe più che compensato dall’aumento dei profitti attribuibili a ciascuna azione.
Al centro del progetto industriale ci sono 2,9 miliardi di sinergie annue ante imposte, 1,5 miliardi sul fronte dei costi e 1,4 miliardi da maggiori ricavi. A regime, nel 2029, il gruppo punta a oltre 16 miliardi di utile netto, circa 4,5 miliardi in più rispetto agli obiettivi autonomi, con un Roe superiore al 20% e un Cet1 sopra il 14%. Agli azionisti Messina ha inoltre prospettato distribuzioni complessive per 61 miliardi nel quinquennio 2025-2029 tra dividendi e buyback, 11 miliardi in più rispetto al piano stand alone.
Il progetto può contare su una base azionaria fortemente istituzionale. BlackRock detiene circa il 5,1% di Intesa, Vanguard il 3,6%, Amundi l’1,7%, mentre Fidelity supera di poco l’1% e Ubs Asset Management è intorno allo 0,9%. Fondi comuni ed Etf rappresentano complessivamente circa il 28% del capitale, cui si aggiunge un ulteriore 11% riconducibile ad altri investitori istituzionali. Resta poi centrale il blocco delle fondazioni: Compagnia di San Paolo ha il 6,48%, Fondazione Cariplo il 5,4%, mentre Cariparo, Carifirenze, Carisbo e Cr Cuneo detengono partecipazioni comprese tra poco più dell’1% e l’1,8%.
Proprio dalla Compagnia di San Paolo è arrivato ieri uno dei sostegni più espliciti. Il presidente Marco Gilli ha definito l’aggregazione con Mps un’operazione «nell’interesse non solo dell’Italia ma anche dell’Europa», sottolineando la necessità di creare gruppi finanziari di scala continentale capaci di competere sui mercati globali.
Sul fronte opposto, sempre ieri quattordici associazioni dei consumatori hanno chiesto al governo e alle autorità italiane di valutare tutte le operazioni che interessano Mps non soltanto sotto il profilo finanziario, ma anche in relazione a occupazione, accesso al credito e concorrenza. In una lettera indirizzata tra gli altri alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, le associazioni hanno sollecitato «piene garanzie di trasparenza, di correttezza dell’informazione al mercato e di rispetto delle regole», richiamando in particolare la tutela del risparmio e la parità di trattamento degli azionisti. (riproduzione riservata)