Il settore healthcare rappresenta una componente fondamentale dell’economia mondiale. Oggi vale 17.500 miliardi di dollari ed è prevista una crescita fino a 3.100 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuale del 9%. Comprende sanità pubblica e privata, industria farmaceutica, biotecnologie, tecnologie mediche, distribuzione di farmaci e servizi collegati. In tutti questi segmenti si registra una crescita sostenuta, spinta da trend strutturali come ricerca scientifica, ricerca e sviluppo, invecchiamento della popolazione in regioni più avanzate come Stati Uniti e Unione Europea, sottolinea Federico Rocchetto, Head of TMT&H (Technology, Media, Telecommunication & Healthcare) per la divisione Wholesale Banking di Ing Italia.
In questa rosa, le biotecnologie evidenziano il potenziale di crescita più elevato, con un tasso annuo composto (cagr) previsto del +13,9% fino al 2030, raddoppiando quasi il proprio valore. A seguire, MedTech (+9,4%), servizi sanitari (+7,9%) e distribuzione (+7,1%). Anche la farmaceutica, seppur più consolidata, continua a espandersi con un cagr superiore al 6%. «Si tratta di dinamiche che indicano una trasformazione profonda e trasversale dell’intero comparto», precisa Rocchetto.
La tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, sta diventando un fattore abilitante per l’evoluzione del settore. È già utilizzata per supportare diagnosi mediche, analizzare immagini cliniche, valutare i rischi in terapia intensiva e, in prospettiva, prevedere l’evoluzione delle patologie. Cresce, inoltre, l’impiego dell’AI generativa, che consente di automatizzare attività amministrative come la redazione di report clinici o lettere di dimissione, riducendo il carico burocratico a carico del personale sanitario.
Non mancano le sfide, due in particolare e interconnesse: da un lato, la transizione verso modelli produttivi più sostenibili; dall’altro, la fragilità delle catene globali del valore, acuita da tensioni geopolitiche e politiche protezionistiche.
Sul fronte ambientale, spiega Rocchetto, il settore è chiamato a ridurre drasticamente le proprie emissioni, in particolare quelle indirette (Scope 3), legate alla produzione e distribuzione di farmaci, dispositivi medici e materiali di laboratorio. Questo implica una ristrutturazione profonda dei processi industriali, ancora fortemente energivori e frammentati.
Parallelamente, la filiera farmaceutica globale è sotto pressione. Gli Stati Uniti, che rappresentano il 44% del mercato mondiale, stanno valutando dazi del 25% sui farmaci generici importati da Cina e India, da cui oggi dipendono largamente: ben il 70% dei farmaci da banco generici in Usa sono infatti di importazione. L’obiettivo è incentivare la produzione domestica, «ma le conseguenze potrebbero essere un aumento dei costi per i consumatori e una perdita di efficienza a livello globale», avverte l’esperto di Ing Italia.
L’impatto dei dazi ha effetto tanto sui consumatori americani, in termini di aumento dei costi, quanto sui margini dei produttori europei, soprattutto in caso di tetti sui prezzi, continua Rocchetto. «Per l’Italia l’impatto è importante: esportiamo, infatti, l’equivalente di 10 miliardi verso gli Usa». Nel lungo periodo, l’esperto si attende che i flussi di investimento si dirigano verso gli Stati Uniti per potenziare la capacità manifatturiera del Paese. Aziende come Johnson & Johnson, Eli Lilly e Novartis si sono già impegnate ad ampliare la produzione locale di farmaci, e ulteriori capitali potrebbero seguire per riportare la catena di approvvigionamento negli States.
Ci sono poi alcuni rischi specifici che l’Europa deve affrontare nel comparto farmaceutico. In particolare la dipendenza da fornitori esteri, soprattutto per i principi attivi utilizzati nei farmaci generici. Negli ultimi anni è emersa con forza l’urgenza di rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento. Il reshoring, ovvero il rientro della produzione sul territorio europeo, è una delle soluzioni più discusse. Tuttavia, comporta costi elevati e richiede un forte sostegno pubblico, ad esempio attraverso acquisti garantiti o incentivi fiscali, spiega Rocchetto.
Quando ci sono vincoli di tempo, una possibile soluzione è rivolgersi al mercato dei Cdmo (Contract Development and Manufacturing Organizations). Negli ultimi decenni si è assistito a un crescente ricorso all’esternalizzazione nella farmaceutica, in particolare da parte di aziende che non hanno la necessità di mantenere internamente tutta la capacità produttiva. Questo consente di liberare risorse da destinare alla ricerca e sviluppo, permettendo alle aziende di concentrarsi sul loro obiettivo principale: innovare e portare sul mercato il prossimo farmaco di successo.
Un esempio riuscito di questa strategia è quello di Novo Nordisk, che nel 2024 ha acquisito il partner esternalizzato Catalent per 16,5 miliardi di dollari. Attore di primo piano nel mercato del dimagrimento e della prevenzione del diabete, Novo doveva rispondere rapidamente a una domanda in forte crescita e aumentare la propria capacità produttiva. Poiché costruire da zero tale capacità non era realistico, l’azienda ha esplorato soluzioni per acquisire infrastrutture esistenti che, pur richiedendo investimenti, avrebbero potuto rappresentare una via più rapida per soddisfare le proprie esigenze.
Allo stesso tempo, se le tariffe statunitensi spingessero India e Cina a riversare le eccedenze sul mercato europeo, i produttori locali potrebbero faticare a reggere la concorrenza. La vera sfida per l’Europa sarà, quindi, trovare un equilibrio tra autonomia strategica e sostenibilità economica.
Il settore sanitario è anche responsabile del 5% delle emissioni globali di gas serra: se fosse un Paese, sarebbe tra i primi cinque emettitori al mondo. La sostenibilità ambientale è, quindi, una priorità crescente, anche alla luce degli obiettivi europei che impongono la riduzione delle emissioni dirette (Scope 1 e 2) del 55% entro il 2030. Ma l’impatto più rilevante riguarda proprio le emissioni indirette (Scope 3), che rappresentano l’80% del totale e derivano in larga parte dalla produzione e distribuzione lungo la filiera.
«Queste sono più complesse da ridurre, ma le aziende possono agire attraverso politiche di acquisto responsabili, collaborando con fornitori per promuovere pratiche più sostenibili», precisa Rocchetto, osservando che anche la prevenzione entra a pieno titolo nella logica della sostenibilità: investire in screening e diagnosi precoce permette di ridurre la necessità di interventi più invasivi, con benefici ambientali, sanitari e sociali. «In questo scenario, serve una visione integrata, capace di coniugare innovazione, sicurezza, accessibilità e responsabilità ambientale. Il futuro dell’Healthcare si gioca su questi assi, con un impatto diretto sulla qualità della vita, sull’equilibrio dei sistemi sanitari e sulla tenuta economica e sociale dei Paesi». (riproduzione riservata)