Tre esponenti di primo piano della Federal Reserve hanno rilanciato l’idea di sostituire l’attuale obiettivo rigido di inflazione al 2% con un intervallo dinamico, un cambiamento che segnerebbe una svolta nella strategia della banca centrale per contenere il carovita.
A esprimersi favorevolmente sono stati i governatori Stephen Miran e Michelle Bowman, insieme al presidente della Fed di Atlanta, Raphael Bostic. Le loro osservazioni giungono a poche settimane dalla conclusione della revisione quinquennale del quadro di politica monetaria, che però aveva escluso in partenza modifiche al target.
Miran, economista vicino all’amministrazione Trump e nominato alla Fed in via temporanea a metà settembre, ha sostenuto che una soglia troppo precisa rischia di alimentare un’eccessiva microgestione delle dinamiche dei prezzi. In un intervento all’Economic Club di New York, ha ricordato che fino al 2012 la Fed non aveva un obiettivo numerico esplicito, ma si limitava a perseguire «prezzi bassi e stabili». Un ritorno a quell’approccio, ha aggiunto, potrebbe essere una strada percorribile, purché prima si riporti l’inflazione al 2%.
Sulla stessa linea Bowman, già nominata da Trump nel 2018 e considerata tra i possibili successori dell’attuale governatore Jerome Powell, il cui mandato scade a maggio. Intervenendo davanti all’associazione dei banchieri del Kentucky, ha sottolineato come un target dinamico, eviterebbe reazioni sproporzionate da parte dei mercati a scostamenti minimi dal valore di riferimento. «Ci aiuterebbe a non andare nel panico per pochi decimali», ha detto, pur frenando sulle possibilità di un cambiamento immediato.
Bostic, infine, ha rimarcato in un’intervista al podcast economico Macro Musings che l’opinione pubblica tende a sopravvalutare la capacità della Fed di controllare l’inflazione in modo preciso. «Un intervallo sarebbe più realistico e trasparente», ha spiegato, indicando una possibile fascia tra l’1,75% e il 2,25%.
Il dibattito si inserisce in un contesto delicato. L’inflazione negli Stati Uniti supera da oltre quattro anni il target del 2%, spinta prima dagli effetti economici della pandemia e poi dalle tensioni commerciali dovute ai dazi.
La discussione sul futuro del tasso d’inflazione considerato accettabile, assume una valenza politica ancora più forte alla luce delle pressioni esercitate dal presidente Trump per ottenere nuovi tagli dei tassi e in vista della sua possibilità di nominare un nuovo presidente della Fed il prossimo anno.
Una scelta che potrebbe aprire la strada a cambiamenti strutturali nella politica monetaria americana e modificare le aspettative degli investitori sull’inflazione di medio e lungo termine. (riproduzione riservata)