In attesa dell’iniziativa promessa da Washington a sostegno dei rivoltosi iraniani già emerge un vettore probabilistico geosistemico: l’Iran non avrà più la forza interna per perseguire l’obiettivo di diventare potenza regionale.
Ciò genera un vuoto geopolitico che, tipicamente, viene riempito da altre potenze. Analisi ipotetica troppo prematura? No, perché ci sono segnali di un nuovo gioco tra potenze nell’area che potrebbero avere un impatto geoeconomico anche rilevante per gli interessi degli attori finanziari italiani.
Washington sta analizzando la convenienza o meno di uno scenario di implosione del regime teocratico/sciita per i suoi interessi nell’area. Si tratta di una decisione difficile perché la contrapposizione tra un Iran aggressivo potenziato dal sostegno di Russia e Cina (e si sospetta di Pyongyang per la tecnologia nucleare) e mondo sunnita capitanato dall’Arabia Saudita favorisce la convergenza tra questa, per difesa, e Stati Uniti nonché un dialogo pur limitato con Israele.
Tuttavia l’opzione migliore sul piano geostrategico per gli interessi «arbitrali» statunitensi è compromessa dal fatto che se anche il regime iraniano sopravvivesse alla rivolta in atto non avrebbe le risorse economiche per stabilizzare la situazione interna. Ciò aumenta la probabilità di un’implosione prospettica del regime pur ancora forte sul piano della polizia interna e con certo potenziale, pur ridotto, di proiezione militare esterna che rende difficile mantenere un Iran puntuto come strumento di influenza sul mondo sunnita.
Va poi aggiunto l’interesse prioritario di Israele per un cambio di regime: la sua intelligence ha rilevato la volontà di Teheran di continuare il programma nucleare e la non disponibilità statunitense di annichilirlo con azioni militari più incisive e per questo ha deciso di eliminare il regime pur Washington imponendo al momento cautele.
Pechino e Russia stanno mandando segnali all’America per evitare il tracollo del regime, ma al momento questi sono deboli perché vogliono evitare un confronto diretto con l’America stessa, anche se la Cina qualcosa inventerà, ma probabilmente prendendo più posizioni nel mondo sunnita.
La Turchia sta già valutando il potenziamento della sua influenza nella regione e Israele come limitarla. Forse si aprirà un conflitto più forte tra islam politico (Turchia, Qatar, Tunisia eccetera) e wahabita e una divergenza tra Emirati più convergenti con Israele e Arabia. Vedremo.
Ma ora sta aumentando l’incertezza per le condizioni di stabilità utili al progetto della Via del Cotone (Imec) per la connessione tra Indo-Pacifico e Mediterraneo via Arabia e per una prima costruzione di un mercato mediterraneo costiero e profondo più fluido, ambedue interessi prioritari per la geoeconomia italiana.
Tale situazione costringe Roma a valutare una posizione arbitrale sullo scacchiere più attiva, cioè un ingaggio maggiore entro la duplice convergenza con Ue e Stati Uniti. (riproduzione riservata)