A quattro anni dal lancio il piano REPowerEU, nato per affrancare l’Unione dalla dipendenza dai combustibili fossili russi, procede a rilento e rischia di mancare alcuni dei suoi obiettivi principali. L’allarme arriva dalla Corte dei conti europea, che mette in fila numeri difficili da conciliare con l’ambizione originaria del progetto. Nel 2022 la Commissione aveva stimato in circa 300 miliardi di euro entro il 2030 gli investimenti aggiuntivi necessari per diversificare le forniture, accelerare sulle rinnovabili e potenziare le interconnessioni energetiche.
Finora, però, i 27 Stati membri ne hanno impegnati appena 54,3 miliardi, meno di un quinto.
Il piano è stato concepito come risposta d’emergenza alla più grave crisi energetica europea degli ultimi decenni e dispone sulla carta di risorse enormi, ma non riesce a trasformarle in cantieri, capacità produttiva, reti e infrastrutture. E il ritardo si accumula, mentre il contesto internazionale rende ancora più urgente diversificare.
Secondo la Corte dei conti europea, uno scarto così ampio tra fabbisogno stimato e investimenti effettivamente impegnati porta a due possibili conclusioni, entrambe poco rassicuranti: o i 300 miliardi iniziali erano stati sovrastimati, oppure l’Unione e gli Stati membri non sono riusciti a tradurre gli obiettivi politici in misure concrete. A pesare sarebbe soprattutto un sistema di governance ancora debole, privo di strumenti sufficientemente efficaci per guidare l’attuazione del piano e misurarne con precisione i risultati.
«A quattro anni dal suo avvio, REPowerEU è in stallo», ha avvertito Mihails Kozlovs, membro della Corte responsabile della relazione, sottolineando come le nuove tensioni geopolitiche rendano ancora più urgente ridurre la dipendenza da singoli fornitori e accelerare la diversificazione.
Anche sul fronte della dipendenza dalla Russia il bilancio è meno lineare di quanto suggeriscano i dati grezzi. Le importazioni europee di petrolio russo sono crollate e quelle di gas si sono ridotte, ma la Corte osserva che il risultato non può essere attribuito soltanto a REPowerEU. Hanno inciso le sanzioni, il susseguirsi di inverni miti, il calo dei consumi legato ai rincari energetici e, per il petrolio, resta inoltre difficile valutare quante forniture russe continuino a raggiungere il mercato europeo attraverso Paesi terzi o tramite le cosiddette “flotte ombra”.
Ma è soprattutto sulla transizione energetica che emerge la distanza tra annunci e risultati. La capacità aggiuntiva di produzione da fonti rinnovabili collegata alle misure REPowerEU risulta, secondo gli auditor, trascurabile rispetto all’obiettivo di 103 GW.
Il risultato è che il piano chiamato a ridisegnare la sicurezza energetica europea rischia di restare sospeso a metà strada: abbastanza grande da alimentare aspettative, ma ancora troppo poco incisivo per cambiare davvero la struttura degli approvvigionamenti e delle reti. (riproduzione riservata)