Il Brent supera 101 dollari al barile e il prezzo del gas naturale europeo balza sopra 80 euro per megawattora, mentre l'intensificarsi degli attacchi in tutto il Medio Oriente alimenta i timori di interruzioni nelle forniture di greggio.
Il future sul greggio Brent il 9 settembre alle 18:30 sale del 3,25% a 101,10 dollari al barile, dopo essere balzato nell’intraday fino a un massimo a 101,58 dollari (+25% ad agosto), e quello sul Wti del 3,45%, a 96,25 dollari al barile (top intraday a 96,76).
La fiammata si è accentuata dopo che l'Iran ha istituito una zona vietata alla navigazione a est dello Stretto di Hormuz. Le imbarcazioni dovranno coordinarsi con Teheran per attraversarla, come ha dichiarato Hossein Mohebbi, portavoce del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione.
«L'area interdetta si estende dal porto di Chabahar fino ad alcune zone del Golfo di Oman e del Mar Arabico», ha affermato Mohebbi, citato dall'agenzia di stampa Fars. Qualsiasi imbarcazione che attraversi tale zona senza coordinare il passaggio con Teheran sarà soggetta a sanzioni, ha aggiunto.
In rally anche il prezzo del gas ad Amsterdam: +4,2% a 79 euro per megawattora dopo un picco a 80,98 euro, prima volta dal 2023. La scorsa settimana il prezzo del gas naturale in Europa ha raggiunto il livello più alto dalla fine del 2022, quando l’inizio del conflitto in Ucraina aveva spinto l’Europa a interrompere le forniture di gas russo.
A questo proposito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che l’Europa sta arrecando un danno a se stessa acquistando gas costoso a prezzi spot anziché optare per l’alternativa russa, più conveniente.
D’altra parte le speranze di una soluzione alla guerra in Iran, ormai in corso da sette mesi, sono svanite e i combattimenti sono nuovamente esplosi. Gli Stati Uniti hanno colpito cinque petroliere iraniane come rappresaglia per gli attacchi iraniani contro obiettivi americani, tra cui una base in Giordania e 10 navi. Come se non bastasse gli Houthi sostenuti dall'Iran in Yemen hanno lanciato attacchi contro diverse città saudite, coinvolgendo ulteriormente nel conflitto un alleato degli Usa.
«La situazione non sta diventando più tranquilla. Vedo pochi segnali che facciano pensare a un possibile calo dei prezzi di petrolio e gas», commenta Simon Wiersma, Chief Investment Strategist di Ing. «Spero sinceramente di sbagliarmi. In Europa e nel resto del mondo possiamo solo sperare in un inverno «tropicale» per contenere i costi energetici».
Le tensioni in aumento attorno all'Iran e le possibili interruzioni delle rotte di approvvigionamento stanno riportando l'energia al centro dell'attenzione. E di conseguenza le aspettative d'inflazione, i mercati obbligazionari e, in ultima analisi, i corsi azionari. Tuttavia, «la storia insegna che gli shock geopolitici hanno spesso un impatto forte ma relativamente breve sulla propensione al rischio. Una cosa sembra certa: finché il prezzo del petrolio continuerà a salire, gli investitori resteranno particolarmente sensibili a ogni dato sull'inflazione che verrà pubblicato», spiega Wiersma.
A ciò si aggiunge il fatto che le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Canada sono aumentate ulteriormente. I nuovi divieti americani sulle importazioni di prodotti canadesi introducono un'ulteriore dimensione geopolitica. Per il momento, conclude Wiersma, non si tratta di un fattore dominante per i mercati, ma è certamente un'evoluzione da monitorare.
Gli ultimi attacchi minacciano di aggravare le interruzioni nelle forniture di petrolio dal Medio Oriente, già messe sotto pressione dagli attacchi alle infrastrutture energetiche regionali e alle principali rotte marittime. Sebbene l'Arabia Saudita abbia dirottato parte delle proprie esportazioni lontano dallo Stretto di Hormuz, eventuali attacchi prolungati contro il Regno potrebbero complicare gli sforzi per mantenere il flusso di greggio verso i mercati globali. «Il Brent a 100 dollari non dovrebbe essere considerato semplicemente una pietra miliare psicologica. È un livello di allarme per l'economia nel suo complesso», ha avvertito Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova.
A detta di Claudio Irigoyen, esperto di Bank of America, il raggiungimento di un accordo duraturo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti «è sempre meno probabile e potrebbe non arrivare neppure dopo». Le nostre previsioni anche sull’inflazione «vengono effettuate contestualmente alle revisioni al rialzo dei prezzi dell'energia elaborate dal nostro team sulle materie prime», precisa Irigoyen.
In particolare, indica Irigoyen, «ci aspettiamo un'inflazione globale del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027, +10 punti base, e del 2,4% nel 2028, con un indice dei prezzi al consumo più resistente nelle economie sviluppate. Quindi la nostra previsione aggiornata indica un prezzo medio del Brent a 83 dollari al barile nella seconda metà del 2026 e a 75 dollari al barile nel 2027, riflettendo interruzioni più prolungate del traffico di navi attraverso lo Stretto di Hormuz».
Per Goldman Sachs il petrolio potrebbe salire fino a 120 dollari al barile se gli attacchi alle navi in Medio Oriente aumenteranno. «Gli eventi degli ultimi giorni suggeriscono che il rischio che le interruzioni delle spedizioni si allarghino e si intensifichino sia significativo», ha affermato Daan Struyven, co-responsabile della ricerca globale sulle materie prime della banca d’affari americana che ha anche un obiettivo più basso a 80 dollari al barile nel caso in cui le esportazioni dal Medio Oriente tornino alla normalità. (riproduzione riservata)