«Faccio l’avvocato dal 2006, sono anche dottore di ricerca, ho dei master post laurea, sono stata membro della commissione Giustizia, della commissione Pesca e della Commissione Trasporti…». Al giornalista della Rai che le chiedeva quali fossero le sue competenze Annalisa Tardino da Licata ha snocciolato senza esitare il proprio curriculum.
Con l’implicito invito a dedurre che avrebbe le carte in regola per l’incarico di commissario dell’Autorità Portuale della Sicilia Occidentale che il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini le ha assegnato a Ferragosto.
Anche se la domanda più importante che meriterebbe risposta, in questo caso come in decine di altri, è un’altra: sarebbe stata nominata ugualmente l’avvocata Tardino se non fosse stata esponente dello stesso partito di Salvini, del quale è stata anche commissaria in Sicilia? Fino al giugno dello scorso anno Annalisa Tardino era europarlamentare della Lega.
Poi ha provato a ricandidarsi per rimanere nell’assemblea di Strasburgo ma non ce l’ha fatta. È stato quello il secondo smacco nel giro di un paio d’anni. Alle elezioni politiche del 2022 Salvini l’aveva messa in lista per la Camera in un collegio siciliano, ma il seggio a Montecitorio si era rivelato un’illusione momentanea. In seguito a un ricalcolo dei voti Annalisa Tardino era stata esclusa.
Adesso ecco il risarcimento del partito per le delusioni patite. Magari un po’ tardivo, ma era il primo posto disponibile in Sicilia. Del resto, che quella del porto di Palermo fosse una poltrona su cui la Lega aveva messo gli occhi da un pezzo non era un segreto.
Quando un paio d’anni fa il governo di Giorgia Meloni aveva nominato Pasqualino Monti alla guida dell’Enav, per il suo posto si era fatto anche il nome di Francesco Scoma, ex consigliere regionale siciliano, ex senatore, ex deputato, passato da Forza Italia a Italia Viva e infine alla Lega di Salvini.
Monti, una mosca bianca arrivata a Palermo otto anni fa da Civitavecchia senza un marchio di partito (e forse anche grazie a quello era riuscito a cambiare faccia al porto che versava in condizioni pietose), aveva però ottenuto di mantenere il doppio incarico. Fin quando è stato possibile.
Ma evidentemente gli appetiti su una posizione tanto rilevante non erano solo leghisti. Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, di stretta osservanza berlusconiana, si è subito messo di traverso, annunciando ricorsi al Tar. E non è la prima volta che contesta duramente una nomina governativa. L’aveva già fatto contro la designazione da parte dell’esecutivo meloniano dell’ex missino ed ex deputato di Alleanza Nazionale Fabio Fatuzzo come commissario alla depurazione delle acque.
Anche in quel caso Schifani aveva sollevato una questione di competenza. Ma la verità è che la nomina gli veniva sfilata dal governo centrale quando già il posto era stato assegnato al suo candidato Ciro Gallo, ex sindaco di Acquedolci nonché pupillo del senatore già di Forza Italia passato alla Lega Nino Germanà, figlio d’arte: il padre, Basilio Germanà, è stato fin dagli albori del partito di Berlusconi suo plenipotenziario nel messinese.
Niente di sorprendente, si dirà. Sono ormai decenni che ogni qualvolta c’è in ballo una nomina pubblica si apre un sipario simile. Vero. E chi pensa che qui ci sia un accanimento nei confronti della destra sbaglia di grosso: abbiamo raccontato gli stessi fatti anche quando al potere c’era la parte avversa, senza fare sconti particolari.
Il fatto è che le cose adesso sono decisamente peggiorate e per paradosso proprio come effetto di una iniziativa di chi oggi sta all’opposizione. Seguita però per ragioni demagogiche da quasi tutti i partiti, tranne i Radicali. Corre l’obbligo di rammentare che la riduzione di oltre un terzo del numero dei parlamentari venne approvata in via definita dalla Camera con 553 voti favorevoli e appena 14 contrari (più due astenuti).
La riforma, presentata dai proponenti del Movimento 5 Stelle come un’offensiva contro gli sprechi, con la promessa di mirabolanti economie, non soltanto non ha fatto risparmiare, ma per di più ha aumentato a dismisura la pressione dei partiti sulle poltrone pubbliche. Dove piazzare, se non lì, un numero così enorme (345) di trombati o semplicemente esclusi per l’impossibilità materiale di garantire loro uno strapuntino?
Ed è esattamente ciò che accade, con una frequenza ancora maggiore rispetto al passato, da tre anni a questa parte, senza soluzione di continuità. Si è arrivati all’assurdo in qualche caso (come in quello del Gse) di moltiplicare senza senso logico il numero dei consiglieri di amministrazione proprio per disporre di un numero maggiore di posti da assegnare.
Al tempo stesso non si è ancora provveduto a fissare i paletti di professionalità e onorabilità nelle nomine pubbliche previsti da un decreto dell’agosto 2016 mai reso operativo, per garantire almeno il rispetto della forma. Evitando cioè che il metodo Caligola dilagasse, come sta dilagando, pressoché ovunque. Senza la minima considerazione per il principio fondamentale. Ossia che le società e gli enti pubblici non appartengono ai partiti o ai loro capi corrente ma ai contribuenti. A tutti i contribuenti, anche a quelli che non hanno votato per chi in quel momento è al potere. (riproduzione riservata)