La nuova escalation militare tra Israele e Iran ha riattivato i meccanismi di difesa dei mercati. Dopo l’attacco a siti nucleari in territorio iraniano, l’oro ha aggiornato il massimo storico a 2.450 dollari l’oncia, il petrolio è tornato sopra quota 90 dollari, il bitcoin ha perso quasi il 3% e i listini azionari hanno ritracciato.
Non è la prima volta che una crisi geopolitica innesca reazioni di questo genere. Nel 2024, con le tensioni sulla striscia di Gaza e la guerra in Ucraina, l’oro è diventato il secondo asset più detenuto dalle banche centrali dopo il dollaro. Oggi rappresenta il 20% delle riserve valutarie mondiali, contro il 16% dell’euro e il 46% del biglietto verde.
Il copione è noto. Ogni nuova crisi geopolitica innesca sui mercati reazioni piuttosto simili: fuga dal rischio, oro che sale, petrolio che balza e mercati azionari in rosso. L’attacco o la minaccia fungono da innesco emotivo, ma come mostrano i dati storici, l’effetto è spesso temporaneo.
E così, anche nel giorno in cui i missili israeliani sono piovuti su Teheran, gli investitori hanno iniziato a muoversi verso asset più sicuri, come oro, dollaro (in recupero dopo una settimana complessa), franco svizzero e Treasury americani. Al contrario, i mercati azionari globali hanno virato in negativo: le principali piazze europee hanno archiviato la giornata di venerdì 13 giugno in rosso e i listini statunitensi, a metà seduta, erano in flessione di circa l’1%.
Ma i raid nella notte tra giovedì e venerdì aprono interrogativi più ampi: il rischio sarà limitato nel tempo o segna l’inizio di una nuova fase di instabilità strutturale? «L’attacco preventivo di Israele all’Iran apre nuovi, inquietanti, scenari», dice a Milano Finanza Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente.
«A mio avviso, la possibile revisione dell’accordo nucleare tra Usa e Iran non è altro che un tentativo di Washington di bloccare le ambizioni nucleari di Teheran. Ovviamente, mi aspetto che la leadership iraniana contrattacchi: la questione è se la situazione rimarrà ferma o se ci sarà una escalation futura».
Dubbi che le borse, soprattutto quelle Usa, stanno già tentando di anticipare e prezzare. Anche in scia alle parole del presidente americano Donald Trump poche ore dopo il lancio dei missili: «Ci saranno altri attacchi, molti altri». Gli Stati Uniti hanno detto di essere al «corrente» della situazione ma si sono dichiarati «non coinvolti» nell’operazione «Rising Lion» attivata dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
Intanto, l’attività diplomatica mondiale è in corso per coordinare la risposta della comunità internazionale alla crisi con i leader europei in prima linea: con la premier Meloni che ha sentito Trump e il presidente Emmanuel Macron che ha avuto una conversazione telefonica con Netanyahu.
La nuova crisi in Medio Oriente non è soltanto una questione di sicurezza internazionale, ma rappresenta anche una minaccia sistemica per la stabilità dei mercati globali. «Le prossime ore e giorni saranno cruciali: ogni segnale di de-escalation potrebbe calmare gli investitori, ma un ulteriore deterioramento rischia di alimentare uno shock energetico e finanziario globale», osserva Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia.
Il petrolio (che nel giorno dell’attacco ha messo a segno il maggior rialzo giornaliero degli ultimi cinque anni) resta il grande termometro: più alta la tensione, maggiore il rischio di interruzioni sulle forniture. Situazione che si riflette sulle aziende energetiche e sull’inflazione attesa.
«Al momento le indicazioni macro legate ai prezzi alla produzione Usa, risultati inferiore alle attese, sono passate in secondo piano», osservano gli strategist di Mps, ribadendo che «l’attenzione degli investitori per ora resterà focalizzata sul Medio Oriente». L’Opec, comunque, ha smorzare i toni diffondendo un messaggio in cui afferma che «nessuno sviluppo sull’offerta giustifica misure straordinarie. I richiami dell’Aie all’uso di riserve d’emergenza generano panico non fondato». Segnale che, al momento, il rischio reale non riguarda l’offerta fisica, ma la percezione del rischio.
Per gli investitori, e il loro portafoglio, il consiglio dell’analista Giorgio Vintani è «attendere l’evoluzione degli eventi, e per il momento non fare niente. Poi, se in seguito si arrivasse all’escalation, potrebbe essere opportuno spostarsi verso beni rifugio e sul settore di difesa e armamenti, sia europeo sia americano. Inoltre, avere una posizione in franchi svizzeri può contribuire a difendersi dalla turbolenza».
Posizione non così distante da quella condivisa da Gabriel Debach, market analyst di eToro, con Milano Finanza: «Nel day after, domina la paura. Ma nella settimana dopo, torna la selezione. Il punto? Il mercato sconta velocemente la notizia, poi torna a guardare earnings cycle, tassi d’interesse, crescita. La reazione istintiva è vendere. Ma la storia insegna che la geopolitica non uccide i mercati». (riproduzione riservata)