Quanto può resistere ancora l’economia russa, ora che si avvicina lo scadere del terzo anno di guerra con l’Ucraina? Sul piano militare la situazione è sostanzialmente di stallo, perché Vladimir Putin non può chiudere il conflitto se non può venderlo internamente come un trionfo militare contro l’Occidente. Ma più va avanti lo sforzo bellico, più i conti di Mosca si indeboliscono, perché l’economia di guerra in corso da quasi tre anni si regge su fondamenta tutt’altro che solide, anche se nessuno può ad oggi prevedere se, quando e di quanto potranno cedere.
A tentare un’analisi geo-finanziaria è il think tank Citadel Foresight fondato da Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, docente di Geopolitica dell’energia e dell’ambiente a Roma Tre e direttore della ricerca al Centro Militare di Studi Strategici del Centro Alti Studi per la Difesa per Medio Oriente-Nord Africa, e da Antonio Pace, senior partner di Hitecvision, già ceo del Fondo Italiano e ideatore del fondo Geo-Risk, che operava su logiche geopolitiche.
Nonostante le provocazioni con i droni dentro i confini europei, è «improbabile che la strategia russa attuale — per quanto audace e aggressiva — miri realmente a scatenare un conflitto totale, che risulterebbe presto insostenibile dal punto di vista militare, economico e sociale. Il risultato è un equilibrio instabile e complesso, privo di soluzioni immediate», scrivono i due analisti. Insomma tutto fa pensare che si andrà avanti con «una guerra di logoramento prolungata, risolvibile solo quando le condizioni economiche e sociali diventeranno insostenibili per una delle due parti».
E qui, dando per scontato che l’Ucraina sta in piedi grazie all’Europa, è la situazione russa che va presa in considerazione. I due analisti si soffermano su alcuni indicatori. Innanzitutto i prezzi interni: sebbene la Banca Centrale Russa (Cbr) mantenga un obiettivo d’inflazione del 4%, quella effettiva (core e headline) si attesta all’8%. Insomma, è almeno il doppio, sebbene in calo dai picchi del 20% di marzo 2022. Circa le entrate, la Russia ha parzialmente sostituito il cliente Europa con la Cina, le cui importazioni di idrocarburi e derivati russi si sono quadruplicate da marzo 2020.
Il bilancio federale 2025 destina circa 170 miliardi di euro alla spesa militare, con circa 70 miliardi (pari a un deficit del 2,9% sul pil) coperti con nuovo debito, prelievi dal Fondo Sovrano Nazionale e tasse sui proventi di petrolio e gas. Ma non è certo il debito a preoccupare Putin: secondo l’Fmi a fine 2025 ammonterà a 550 miliardi di dollari, pari ad appena il 22% del pil e interamente coperto dalle riserve della Bcr, più che raddoppiate in dieci anni e con il 35% in oro non denominato in dollari.
Piuttosto è la crescita del pil, +2,5% nel 2025, ad essere quasi interamente trainata dalla spesa militare, facendo calare anche la disoccupazione al 2,7% per una scarsità di manodopera che può anche scatenare spinte inflazionistiche.
Putin ha passato la linea rossa. Ma che cosa vuole davvero il capo del Cremlino?
L’incognita vera per Mosca è il petrolio: «Oltre il 40% delle entrate derivano dalle esportazioni di petrolio e gas», evidenziano Pedde e Pace, «e per ogni riduzione di 10 dollari nel prezzo del barile il pil subisce una contrazione di oltre l’1%. Ne consegue che, qualora il prezzo del petrolio scendesse sotto i 65 dollari al barile, il deficit russo potrebbe ampliarsi fino a raggiungere valori a doppia cifra».
«Uno scenario di recessione globale e calo della domanda di greggio metterebbe seriamente alla prova la capacità di Mosca di rifinanziare la propria spesa militare»: nei quattro principali crolli del mercato petrolifero dal 2000 a oggi — 2008, 2014-2016, 2020 e 2022-2023 — ciascuno con riduzioni dei prezzi di più del 50%, la Russia è entrata in una profonda recessione entro 6-12 mesi, con contrazioni del pil tra -3% e -7%. «Considerata l’attuale struttura del bilancio federale e le risorse residue del Fondo Sovrano Nazionale, i conti pubblici cesserebbero di essere sostenibili dopo circa 9-12 mesi nel caso di un nuovo crollo dei prezzi del petrolio di pari entità».
Dato questo contesto geo-finanziario, «un successo militare parziale, accompagnato dagli enormi costi finanziari che comporterebbe un successo completo, potrebbe paradossalmente spingere Mosca, pur trovandosi in una posizione di relativa forza, a cercare una fine delle ostilità nel proprio interesse nazionale», commentano i due autori, «ma la narrazione nazionalista non può non prevedere una continuità territoriale tra le province orientali e la Crimea, per ragioni militari ed energetiche». Da qui lo stallo. Finché non finiranno i soldi. (riproduzione riservata)