Ha superato i 300 miliardi di euro di investimenti il mercato del private capital italiano in 10 anni. Emerge da uno studio di BeBeez condotto per festeggiare i dieci anni della testata fondata nel 2013 specializzata in private market, che nei giorni scorsi ha riunito a Le Village by CA Milano i protagonisti dei vari settori a discutere dell’evoluzione del mercato.
Si tratta di un numero enorme, che sembra quasi impossibile sia reale, considerato che i fondi italiani, sia sull’equity sia sul debito, sono in media di dimensioni molto piccole non solo rispetto a quelli di matrice anglosassone, ma anche a quelli francesi o tedeschi. Invece i numeri sono inconfutabili, il che significa che qualcuno quei soldi in pmi italiane li ha investiti e infatti non si tratta soltanto di fondi.
Su quest’ultimo fronte Aifi, l’Associazione per il Private Equity, Venture Capital e Private Debt ha calcolato insieme a PwC che in dieci anni si sono investiti 86 miliardi di euro tra private equity -infrastrutture comprese- e venture capital, soltanto appunto considerando l’attività dei fondi, che nello stesso arco di tempo hanno raccolto 35 miliardi. Sempre secondo Aifi, in questo caso in collaborazione con Deloitte, altri 11 miliardi sono stati investiti dai fondi di private debt, che contemporaneamente di miliardi ne hanno raccolti cinque.
Da qui arriviamo ai primi 100 miliardi circa di investimenti. Ma il mercato non è fatto solo dai fondi.
Sulle medesime asset class, infatti, si concentrano gli investimenti anche di operatori non strutturati sottoforma di fondi e quindi business angel, veicoli di club deal di investitori privati, crowd di piattaforme di equity crowdfunding, Spac, holding di investimento, veicoli di cartolarizzazione, aziende corporate, ma anche banche e confidi, nel caso di sottoscrizione di titoli di debito emessi da società non quotate oppure di equity o debito di startup e scaleup.
I diversi approcci al private equity sono stati raccontati in occasione del decennale di BeBeez da alcuni dei nomi più noti del settore. Ma se è difficile avere un’idea del valore degli investimenti condotti da tutti questi soggetti sull’equity delle pmi non quotate, è più facile calcolare quanto hanno raccolto invece le startup e le scaleup dagli investitori di venture capital.
Compreso il round da 40 milioni di euro di EnergyDome, raccolto a fine aprile, le statistiche degli investimenti di venture capital del primo quadrimestre dell’anno chiudono sfiorando quota 250 milioni di euro. Un dato che conferma il trend di frenata dell’attività già evidenziato nella seconda parte del 2022, anno che pure si era chiuso con 2,55 miliardi d’investimenti, dai 2,9 miliardi dell’anno prima. Cifre che solo 5-6 anni prima si pensavano inarrivabili: nel 2016 e 2017 il dato era solo, rispettivamente, di 165 e 148 milioni.
Il tutto quindi per un totale raccolto che sfiora gli otto miliardi in sette anni, di cui circa un miliardo di venture debt. È indubbio, quindi, che il mercato italiano del venture è cresciuto ed è maturato, nonostante il rallentamento degli ultimi mesi. Resta però ancora una quota minima sul valore complessivo dei private market italiani.
La parte del leone, invece, la fa sicuramente il debito. Considerando minibond e basket bond, i private placement, operazioni relative a finanziamenti erogati a veicoli di buyout, cartolarizzazioni di crediti e acquisti di crediti in bonis e utp, l’intermediato sulle piattaforme di digital lending, soltanto negli ultimi 5 anni gli investimenti hanno raggiunto quota 100 miliardi. Più nel dettaglio, il 2022 ha chiuso con 28,7 miliardi di volumi, non troppo al di sotto dei livelli del 2021 quando si era toccato il record di 29,6 miliardi, contro i 13,1 miliardi di operazioni in tutto il 2020, quando si era registrato un chiaro aumento nella dimensione del mercato, dai poco meno di 12,2 miliardi di euro del 2019.
All’interno dei 100 miliardi di investimenti in private debt c’è anche circa un 10% di operazioni su utp corporate. E qui si apre un altro capitolo, quello dei crediti deteriorati, che nel loro complesso valgono ben oltre 100 miliardi di investimenti negli ultimi 10 anni.
Basti pensare che soltanto lo scorso anno, le operazioni di compravendita su portafogli di crediti deteriorati italiani hanno superato 35 miliardi lordi spalmati su 60 deal annunciati o conclusi, dopo i 27 miliardi di deal mappati nel 2021, che però erano distribuiti su 77 operazioni, le 102 transazioni per oltre 42 miliardi del 2020 e soprattutto dopo il record del 2019, anno in cui erano stati annunciati 82 deal per poco meno di 52 miliardi di euro. Il tutto per un totale di 156 miliardi. In questo caso però le operazioni che riguardano sottostante corporate sono solo una parte, in media intorno a 65%-70%, quindi stiamo parlando di circa altri 100 miliardi d’operazioni d’investimento convogliati in questi ultimi anni in economia reale.
Un tema che per vari aspetti si intreccia con quello degli investimenti in real estate, in particolare sul fronte ancora nuovo delle cartolarizzazioni immobiliari, illustrato in tavola rotonda dal servicer di credito Gma. Peraltro il real estate è a sua volta un tassello importante dei private market anche in Italia, con investimenti miliardari.
Insomma, se oltre 300 miliardi di euro sono stati investiti in private market in Italia, senza contare il contributo del real estate, ciò significa che il mercato c’è e che anzi i soggetti italiani dedicati a questo tipo di investimenti meriterebbero di raccogliere più capitali dagli investitori istituzionali italiani. (riproduzione riservata)