Mentre i mercati sembrano premiarlo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si muove su un terreno giuridico instabile. È questo l’allarme lanciato da Jim Lucier, co-fondatore di Capital Alpha Partners, nel corso di una lunga conversazione con Ed Yardeni, storico stratega di mercato, fondatore e presidente di Yardeni Research, una società di consulenza macroeconomica e finanziaria con sede negli Stati Uniti, che serve investitori istituzionali, gestori patrimoniali e hedge fund.
Ed Yardeni è accreditato per aver coniato l’espressione “Bond Vigilantes” nel 1983, quando lavorava come strategist presso EF Hutton ed è spesso citato da testate come Bloomberg, Cnbc, Wall Street Journal e Financial Times, essendo considerato uno degli analisti di riferimento per il mercato obbligazionario statunitense.
Al centro del confronto, i numerosi accordi commerciali stretti recentemente da Trump – con l’Unione Europea, il Giappone e oltre 30 altri Paesi – fondati sull’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), una legge del 1977 pensata per fronteggiare emergenze internazionali, oggi trasformata in uno strumento tariffario.
Secondo Jim Lucier, la strategia di Trump si fonda su un’interpretazione fin troppo espansiva dell’Ieepa: «Può alzare o abbassare le tariffe unilateralmente, senza passaggi parlamentari – ha spiegato – una prerogativa mai rivendicata in modo così ampio da un presidente Usa».
Il problema? Due corti federali – il Tribunale del Distretto di Columbia e la Corte del Commercio Internazionale di New York – hanno già dichiarato incostituzionale l’uso dell’Ieepa per fini tariffari. Ora la questione è all’esame della Federal Circuit Court of Appeals, che potrebbe esprimersi già entro settembre. Lucier avverte: «Se la sentenza confermasse l’incostituzionalità, ogni singolo accordo commerciale potrebbe crollare. Perché si fondano tutti sull’assunto che Trump abbia il potere di imporre dazi del 15% o 25% a piacimento».
Ed Yardeni, dal canto suo, ritiene che i mercati non reagirebbero in modo traumatico: «Anche se la Corte dovesse bocciare l’uso dell’Ieepa, le ricadute economiche immediate potrebbero essere limitate. Molti Paesi potrebbero decidere di onorare comunque le promesse di investimento fatte verso gli Stati Uniti».
Yardeni sottolinea inoltre che un ritorno a strumenti più ortodossi potrebbe persino piacere agli investitori: «Una gestione più ordinata e legale delle tariffe – attraverso percorsi ufficiali – potrebbe persino rassicurare i mercati».
Molti degli accordi commerciali annunciati da Trump sono stati stipulati informalmente, spesso come semplici intese bilaterali o dichiarazioni congiunte, basate sull’uso dell’Ieepa. E qui si apre un problema più profondo: senza una ratifica formale del Congresso, questi accordi potrebbero non avere valore legale duraturo.
Secondo l’articolo I della Costituzione degli Stati Uniti, solo il Congresso ha il potere di imporre tasse e tariffe. Anche se questo potere può essere delegato temporaneamente al Presidente tramite strumenti come la Sezione 232 o 301, non può essere aggirato in modo indefinito.
Come sottolinea Lucier ai microfoni di Yardeni: «Se i tribunali stabiliranno che Trump ha abusato di questa delega con l’Ieepa, gli accordi non solo diventano vulnerabili a impugnazioni legali, ma potrebbero anche essere invalidati retroattivamente, aprendo la porta a rimborsi miliardari da parte delle imprese che hanno pagato tariffe».
Nel caso in cui la Corte invalidasse l’uso dell’Ieepa, resterebbero alternative legislative – come la Sezione 232 (già usata da Trump per acciaio e alluminio) o la Sezione 301. Ma entrambe richiedono tempi più lunghi, indagini preliminari e passaggi tecnici complessi. «Non potrà più distribuire tariffe come carte da gioco – ha osservato Lucier – e questo potrebbe indebolire la leva negoziale americana».
Un ulteriore effetto collaterale riguarda il contenzioso legale. Come spiega Lucier: «Le aziende che hanno pagato miliardi in tariffe potrebbero intentare cause per ottenere rimborsi. Gli avvocati stanno già valutando di scrivere al Tesoro per chiedere indietro il denaro versato».
Il risultato potrebbe essere una valanga di ricorsi, con impatti significativi sul piano fiscale, normativo e reputazionale per gli Stati Uniti.
Il destino legale e politico dei dazi si intreccia strettamente con le elezioni di medio termine del 2026, che potrebbero ridefinire gli equilibri di potere tra Casa Bianca e Congresso. Attualmente, il Congresso è controllato dai Repubblicani, il che potrebbe facilitare la ratifica formale degli accordi commerciali e il rafforzamento dei poteri presidenziali in materia tariffaria.
Tuttavia, se alle midterm i Democratici dovessero riconquistare o rafforzare il controllo del Congresso, approvare retroattivamente intese firmate unilateralmente diventerebbe molto più difficile, soprattutto se giudicate illegittime o dannose per i consumatori.
Cruciale sarà anche la tempistica legale: un eventuale intervento della Corte Suprema nell’estate 2026, a ridosso del voto, potrebbe avere effetti dirompenti sui mercati e influenzare il dibattito politico. In sintesi, il rischio rimane concreto: senza una solida base legale e la ratifica del Congresso, gli accordi tariffari firmati da Trump rischiano di non reggere. (riproduzione riservata)