Negli ultimi due anni il credito è stata la spina nel fianco degli imprenditori europei. Il rialzo dei tassi deciso da Bce per combattere l’inflazione ha ridotto in maniera consistente l’accesso ai finanziamenti, creando problemi soprattutto alle piccole aziende, spesso meno propense a pagare interessi elevati e con costi di istruttoria più alti per gli istituti.
Risultato? Con meno liquidità in bilancio gli investimenti si sono ridotti, i ritardi nei pagamenti sono cresciuti ed è aumentato il rischio di stress finanziario. L’inversione di tendenza sui tassi decisa a giugno non ha ancora risolto il problema e, mentre la Fed ha aperto a una prima sforbiciata a settembre, la Bce resta cauta su nuove riduzioni: «La decisione di settembre è totalmente aperta», ha recentemente spiegato il presidente Christine Lagarde, ricordando che le proiezioni saranno centrali. Intanto nel secondo trimestre la domanda di prestiti da parte delle imprese nell’Eurozona e in Italia è scesa, mentre in Germania e in Francia la ripresa sta svanendo.
Gli impieghi sono le condotte forzate attraverso le quali agisce il moltiplicatore monetario, trasmettendo le scelte economiche dai board delle banche centrali all’economia reale. In aggiunta, il credito è il punto di contatto tra le due distinte attività di una banca centrale, la direzione della politica monetaria e la vigilanza sul sistema finanziario. Ecco perché, nel fare un bilancio sulle strategie della Bce, economisti, banchieri e investitori puntano spesso la lente sul trend degli impieghi.
La data decisiva è il 2014, l’anno cioè in cui è entrato in funzione il Meccanismo di vigilanza unico e in cui si sono poste le basi per il Qe di Mario Draghi. Ciò che si osserva nei dati della Bce (vedi tabella in pagina) è che, nei dieci anni successivi, il flusso dei prestiti alle aziende dell’Eurozona ha oscillato stazionariamente poco al di sopra del livello zero con un’unica grande fiammata: il boom pandemico legato agli schemi di garanzia pubblica.
La debolezza del trend è stata evidenziata dalla stessa banca centrale in diversi rapporti: «Nel complesso la ripresa dei prestiti bancari alle imprese dal 2014 è stata piuttosto moderata, con gli attuali tassi di crescita che sono rimasti ben al di sotto dei livelli pre-crisi, nonostante condizioni di finanziamento molto favorevoli, in particolare da quando la Bce ha adottato misure di politica monetaria non convenzionali nel 2014», scrive Francoforte nel bollettino economico del gennaio 2020, poche settimane prima dello scoppio della pandemia.
La debolezza degli impieghi bancari non è però un fenomeno generalizzato: «la crescita dei prestiti alle aziende non finanziarie è diventata sempre più divergente nelle grandi economie dell'area dell'euro man mano che la ripresa a livello dell'area dell'euro è maturata, con Germania e Francia che hanno registrato tassi di crescita in costante aumento e Italia e Spagna che si sono aggirate intorno o al di sotto della linea zero dal 2016», spiega la Bce nello stesso documento. Tradotto: unione monetaria e bancaria non sono bastate a creare un mercato del credito omogeneo per i paesi dell’Eurozona.
Se la debolezza degli investimenti in alcuni comparti e la disponibilità di fonti alternative spiegano la fragilità della domanda di credito bancario, le strozzature nell'offerta vengono ricondotte all’inasprimento dei requisiti patrimoniali imposto dalla Vigilanza Unica (oggi guidata da Claudia Buch). Per soddisfare queste richieste, gli istituti hanno spesso dovuto ridurre il volume di attività ponderate per il rischio ridimensionando in questo modo la leva. Una strada obbligata quando raccogliere capitale sul mercato è costoso o addirittura proibitivo.
Il pressing regolamentare è stato particolarmente intenso in Italia: tra il 2015 e il 2020 gli istituti tricolori hanno dovuto ridurre il rapporto tra sofferenze e impieghi di oltre 13 punti percentuali e aumentare il coefficiente di capitale Cet1 dall’11,7 al 15%. Un passaggio decisivo è avvenuto nel 2017 con l’introduzione del Calendar Provisioning, il meccanismo che ha previsto la svalutazione integrale dei crediti deteriorati nel bilancio degli intermediari secondo scadenze prestabilite.
Da un lato questa drastica ristrutturazione ha irrobustito i fondamentali delle banche ma, dall’altro lato, ha messo sotto pressione l’offerta di credito. Lo scrive la stessa Bce: «il settore bancario in Spagna e Italia ha attraversato negli ultimi anni un processo di significativo aggiustamento dei bilanci, che ha limitato la capacità di intermediazione bancaria durante il processo», spiega il bollettino economico del 2020.
Proprio in quello stesso anno in Italia (dove la ristrutturazione ha prodotto un’ondata di salvataggi bancari costata 38 miliardi di euro, di cui 14 a carico dei privati e ben 24 miliardi a carico dello stato) i crediti verso clientela rappresentavano il 56,9% del totale attivo delle banche, un valore in calo di 7,6 punti percentuali rispetto al 2009. Il fatto che questo sia avvenuto in un periodo di politica monetaria espansiva ha fatto parlare di strabismo della banca centrale.
Bce ha comunque progressivamente allargato i propri margini di azione, mettendo sotto la lente altri ambiti dell’attività bancaria. Negli ultimi anni i riflettori si sono accesi sull’immobiliare, sui leveraged loan (per cui sarebbero in arrivo circa 7 miliardi di accantonamenti aggiuntivi secondo Bloomberg) e sull’esposizione al mercato russo. Tra i banchieri del Sud e del Nord Europa fa inoltre discutere la forte accelerazione imposta dalla Vigilanza sul presidio dei rischi climatici. Alle banche oggi viene chiesto non solo di costruire metriche e procedure per controllare il rischio climatico, ma anche di applicare una stretta alle politiche creditizie per penalizzare i clienti considerati meno virtuosi. Sul tema si è concentrata di recente la Federazione Bancaria Europea, l’influente lobby presieduta dal ceo di Deutsche Bank Christian Sewing che rappresenta i maggiori istituti del continente nel confronto con regolatori e policy maker. Secondo la Federazione le banche europee rischiano non solo di essere penalizzate sul fronte del credito ma anche di competere da una posizione svantaggiata con le rivali statunitensi visto che Wall Street è libera di ignorare queste regole.
Il rigore della Vigilanza, che potrebbe diventare ancora più penalizzante dopo l’entrata in vigore delle nuove regole di Basilea 3, non è l’unica causa della debolezza del credito nell’Eurozona. Un altro aspetto molto discusso in questo periodo è la difficoltà nel realizzare fusioni transfrontaliere.
Si ritiene che la nascita di campioni internazionali con bilanci forti e ben patrimonializzati potrebbe migliorare l’offerta di credito in Europa con un beneficio immediato per le aziende. Il mancato completamento dell’Unione bancaria rende però lontano questo obiettivo: alcuni paesi dell'Eurozona pongono forti limitazioni al trasferimento di capitale e liquidità. Quindi le banche attive lì non possono trasferire liberamente risorse a una capogruppo estera o a consociate attive in altre nazioni. Inoltre se un istituto viene acquisito e fuso in un entità legale straniera, non essendo previsto il trasferimento dei fondi, si trova a perdere le contribuzioni fatte al fondo di garanzia locale sui depositi e a doverle riversare nello stato di incorporazione, un altro ostacolo serio. Ancora una volta queste criticità rischiano non solo di indebolire il credito europeo ma anche di avvantaggiare la concorrenza internazionale.
La graduale discesa dei tassi potrebbe insomma non bastare per ridare slancio all’economia europea. Secondo banchieri e investitori per fare la differenza Francoforte e Bruxelles dovranno cambiare passo. A 25 anni dalla nascita dell’euro e a dieci dall'introduzione della Vigilanza Unica insomma è arrivato il momento di completare il progetto e scrivere una politica industriale per il credito europeo. (riproduzione riservata)