
Uno degli effetti più rilevanti della pandemia in Europa è stato l’aumento dei depositi bancari. La calata dei consumi e le misure di sostegno al reddito varate dai governi hanno fatto crescere la propensione al risparmio degli agenti economici che così hanno potuto accumulare consistenti riserve di liquidità.
In quegli anni la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è aumentata di 334 miliardi di euro (+7,17%), sfiorando il tetto dei 5.000 miliardi rispetto ai 4.663 miliardi di fine 2019. In media ogni mese sono stati depositati 16 miliardi al mese in più. Gli altri paesi non sono stati da meno. In Francia per esempio si è registrato un balzo del 36,5% tra marzo 2019 e marzo 2022 a quota 6.770 miliardi di euro.
Nell’ultimo anno però il trend si è bruscamente invertito. Come mostrano i dati di S&P Global Market Intelligence e della Bce, a fine marzo i depositi presso molte banche di Francia, Italia, Spagna, Benelux e paesi scandinavi (esclusa la Danimarca) erano inferiori rispetto a 12 mesi prima. La flessione più rilevante si è registrata in Spagna, dove in media gli istituti hanno incassato anno su anno un -5,9%.
Una forte accelerazione dei deflussi si è avuta nel mese di marzo quando si sono verificate le crisi bancarie di Silicon Valley Bank (Svb) negli Usa e di Credit Suisse in Svizzera. In quelle settimane si è innescato un flight to quality che ha spinto molti risparmiatori a spostare i propri risparmi verso le istituzioni percepite come più sicure o verso diverse forme di investimento. Un fenomeno accelerato dai nuovi canali digitali che oggi consentono di trasferire le somme con una velocità superiore a quella del passato, ponendo così nuove problematiche a regolatori e policy maker.
I deflussi maggiori nel panel analizzato da S&P sono stati quelli di Credit Suisse che, anno su anno, ha registrato un calo dei depositi del 57%, mentre la danese Danske Bank, l’iinglese NatWest Group e la svedese Skandinaviska Enskilda Banken hanno subito cali percentuali a due cifre. Su base trimestrale il quadro è stato più equilibrato, con poco più della metà del campione che ha subito deflussi. A parte Credit Suisse, anche l’italiana Intesa Sanpaolo, la svizzera Ubs, la tedesca Deutsche Bank (travolta da un bruschi ribassi in marzo) e Crédit Agricole hanno archiviato il periodo con il segno meno.
Se le crisi bancarie hanno accentuato il fenomeno, non vi è dubbio che il responsabile principale del trend sia la bassa remunerazione della raccolta adottata sinora dagli istituti europei. «Le banche sono state lente nel trasferire i rialzi dei tassi di interesse ai depositanti, che a loro volta hanno cercato opzioni di rendimento migliore per il loro denaro, compresi i fondi del mercato monetario», spiega l’analisi di S&P.
Secondo una ricerca di Bain & Company, nel periodo 2021-2022 il rapporto tra interessi attivi e crediti è salito dal 2,44 al 2,99% e quello tra interessi passivi e raccolta diretta è passato da 0,48 a 0,65%: la forbice si è pertanto allargata passando dall’1,96% di fine 2021 al 2,34% del dicembre scorso. Anche se il dato non tiene conto dei risultati del primo trimestre, appare evidente che le banche italiane hanno sinora trasferito sui depositi solo una piccola parte degli incrementi dei tassi. Una dinamica che spiega il boom dei ricavi di questo ultimo anno.
La contrazione dei depositi comunque non si è sempre tradotta in una perdita di liquidità per le banche. A volte le masse si sono semplicemente indirizzate verso prodotti più sofisticati. A dirlo sono stati sia la Bce nella sua ultima financial stability review e il cfo di Deutsche Bank James von Moltke che in un’intervista ha parlato di spostamenti fisiologici all'interno dell’offerta della banca.
Considerando anche l’andamento dei prestiti, nel primo trimestre si è osservato per la prima volta un incremento del loan-to-deposit ratio nelle maggiori banche europee. Il dato è passato dal 98,3% 31 marzo 2022 al 102,5% di quest'anno, riflettendo così tendenze divergenti. Salvo alcune eccezioni infatti nei primi mesi dell’anno gli impieghi hanno continuato a crescere. La frenata comunque è dietro l’angolo. Già a febbraio in Italia i finanziamenti alle imprese erano scesi dello 0,5%, con una contrazione in valore assoluto di 29 miliardi da settembre. Hanno pesato fattori della domanda: alcune aziende hanno preferito ricorrere alla liquidità accumulata durante la pandemia. Ma i sondaggi della Bce hanno indicato anche una restrizione delle condizioni creditizie.
Il calo dei depositi arriva inoltre in un periodo molto delicato per gli istituti europei. Il 28 giugno molti dovranno restituire i fondi del terzo programma Tltro, lanciato da Mario Draghi nel 2019. Per far fronte alla scadenza gli strumenti disponibili sono diversi, dalle riserve di liquidità a nuovi prestiti della banca centrale, dal mercato interbancario all’emissione di bond. Anche se probabilmente per molte banche la strada maestra sarà l’allargamento della base depositi, una strategia che si preannuncia molto onerosa. (riproduzione riservata)