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Frenata economica e immobiliare non spaventano le banche tedesche. L’analisi di Roberto Parazzini, responsabile di Deutsche Bank Italia
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Frenata economica e immobiliare non spaventano le banche tedesche. L’analisi di Roberto Parazzini, responsabile di Deutsche Bank Italia

01 dicembre 2023, 21:00

Frenata economica e problemi del mattone non preoccupano le banche tedesche. Grazie all’accordo legami più stretti con l’italia Bce falco? No, ha fatto il necessario. Parla Parazzini (Deutsche Bank) 

L’ultimo accordo tra Italia e Germania ha rafforzato la collaborazione economica tra i due paesi, i cui tessuti produttivi sono storicamente complementari in molti settori. La frenata tedesca? Per ora non si vede e, in ogni caso, i costi di un iper-inflazione sarebbe stati più salati rispetto a quelli della stretta monetaria. Ne è convinto Roberto Parazzini, chief country officer Italy di Deutsche Bank, che dal suo punto di osservazione privilegiato oggi segue l’andamento delle principali economie europee.

Domanda. Parazzini, ha avuto modo di seguire l'accordo di cooperazione tra Italia e Germania siglato la scorsa settimana?

Risposta. Sì e mi sembra che il patto possa servire. Già oggi comunque la collaborazione tra i due paesi a livello imprenditoriale è ottima. Le aziende tedesche e italiane hanno un'ottima opinione le une delle altre e in molti settori lavorano in modo complementare. Questo accordo ha ulteriormente rafforzato le relazioni, avvicinando ancora di più i due paesi.

D. Oggi è più in salute l'Italia o la Germania?

R. La Germania non sta male. Il livello di benessere di cittadini e aziende è ancora molto alto. Ci sono certamente preoccupazioni che investono aree diverse, dalla geopolitica alla stabilità del governo fino alla politica fiscale. Soprattutto oggi molti tedeschi sono destabilizzati dalla prospettiva di una recessione economica a cui storicamente non sono abituati. Anche l'Italia è in salute dal punto di vista economico, ma il paese resta diseguale. Alcune aree come Milano e la Lombardia oggi vivono una fase magica e stanno meglio di molte aree industriali della Germania. Lo stesso però non può dirsi per altre regioni che scontano ancora un forte ritardo rispetto al resto del paese.

D. I mercati però sono preoccupati per lo stato di salute dell’economia tedesca. Il fallimento del gruppo Signa per esempio ha acceso i riflettori sulle fragilità del settore immobiliare. Quali rischi vede?

R. Stiamo assistendo a un calo delle valutazioni e della domanda del mattone. Ciò si traduce in rendimenti minori per gli investitori e potenziali svalutazioni dei crediti da parte delle banche. Le conseguenze per l'industria del real estate e, in generale, per il sistema economico non possono che essere negative. Nel contesto europeo però non vedo situazioni generalizzate di sofferenza. Le difficoltà di un unico operatore non possono diventare un fattore di crisi sistemica.

D. Eppure lo stesso regolatore tedesco ha lanciato diversi allert sulla tenuta del settore.

R. L’intervento del regulator tedesco è stato un passaggio fisiologico nell'ambito dell'attività di vigilanza. I regolatori hanno il compito di segnalare se ci sono elementi di potenziale rischio e proprio questo livello di attenzione è un fattore di stabilità per il sistema bancario europeo. Altri mercati non hanno lo stesso livello di trasparenza. Mi riferisco per esempio alla Cina dove pure il settore immobiliare ha mostrato segnali di forte difficoltà. Tornando all’Europa, trovo che oggi il nostro continente sia molto più forte e resiliente che in passato. Questo vale soprattutto per il sistema bancario che, grazie al lavoro svolto dalla Vigilanza Bce, è forte in termini di capitale, di gestione del rischio e di governance.

D. Diversi banchieri, anche tedeschi, hanno criticato l'invasività della vigilanza Bce. Lei vede problemi in questo ambito?

R. Nei suoi primi anni di attività la Vigilanza Bce ha fatto un lavoro importante andando a sanare alcuni delicati elementi di debolezza del sistema bancario. Se oggi gli istituti dell'Eurozona sono solidi lo dobbiamo a questa azione. Quel periodo però è finito. Ciò non significa che oggi non ci siano rischi, ma che molti gravi problemi del passato sono stati isolati e risolti. Per questo la priorità del sistema bancario europeo dovrebbe diventare tenere il passo con il resto del mondo. È evidente che oggi non riusciamo a farlo con i competitor asiatici e americani. Basti pensare che Jp Morgan negli ultimi due trimestri ha fatto un utile lordo che è pari o addirittura supera la capitalizzazione di mercato di diverse grandi banche europee. Le istituzioni dovrebbero lavorare per restringere questo gap e per recuperare competitività. Altrimenti tra cinque o dieci anni le aziende europee dipenderanno dai finanziamenti delle banche americane e asiatiche e questo, geopoliticamente, sarà un problema. La condizione per raggiungere questi obiettivi passa necessariamente attraverso una omogeneizzazione del quadro normativo e regolamentare europeo che oggi appare ancora troppo frammentato.

D. Più che per l'attività di vigilanza, oggi la Bce è criticata per la durata e l'intensità della stretta monetaria. Lei condivide le scelte fatte sinora?

R. Il mandato della Bce è chiarissimo e inderogabile: gestire nel medio termine un tasso di inflazione al 2%. Alla luce di questa premessa e delle dinamiche dei prezzi a cui abbiamo assistito, non c'erano molte alternative. Si doveva agire sul tasso di interesse. Il danno che può fare un’inflazione incontrollata se non curata è ben peggiore rispetto agli effetti collaterali determinati dal rialzo dei tassi. La politica cerca il consenso nel breve termine e che tende quindi ad accentuare i secondi più che i primi. Lo posso capire, anche se gran parte degli economisti sono concordi nel ritenere che, nel medio termine, i benefici di una manovra anti-inflazionistica sono maggiori dei costi. Non solo. Se guardo alla velocità con cui la manovra della Bce è stata fatta, i sistemi economici mi sembrano molto meno in sofferenza rispetto ad altri periodi storici. Nei paesi europei le aziende stanno andando avanti con la loro attività, le famiglie ripagano i loro debiti, l'economia complessivamente tiene. Ancora una volta questo dimostra la solidità del sistema europeo, pur in un periodo di bassa crescita.

D. Però in molti paesi, a partire dall'Italia, stiamo assistendo a un credit crunch sempre più drammatico.

R. Il credit crunch si ha se le banche hanno meno stimolo a finanziare l'economia. Oggi invece le banche europee stanno erogando meno credito perché sono i clienti a chiederne meno. Soprattutto le aziende medie e piccole, molte delle quali preferiscono rinviare gli investimenti per non sobbarcarsi costi di finanziamento eccessivi e questo determina una riduzione della domanda di credito. Una dinamica su cui sta incidendo anche il venir meno delle garanzie pubbliche. Quando l'inflazione sarà stata sconfitta e i tassi inizieranno a scendere, ci aspettiamo che gli investimenti riprendano e saremo felici di finanziarli.

D. Quindi la Bce dovrebbe aspettare prima di invertire la rotta sui tassi?

R. Servirà qualche trimestre per verificare l'effettiva inversione di tendenza dei prezzi. Se tale inversione sarà confermata, allora i tassi scenderanno. Mi permetta però di osservare che accelerare la discesa dei tassi non è l'unico modo per portare ossigeno all'economia. Sono convinto che, in una fase come questa, avere avuto a disposizione un mercato dei capitali unico in Europa sarebbe stato un grande vantaggio. Le aziende avrebbero trovato canali di approvvigionamento alternativi al debito bancario per finanziarsi. Ma purtroppo le istituzioni non sono state abbastanza lungimiranti sotto questo profilo.

D. Un altro strumento per sostenere un'economia in frenata è il debito pubblico. In Europa si è riaperto un dibattito sul patto di stabilità e anche in Germania iniziano a emergere posizioni eterodosse in materia di austerity. Come valuta questo dibattito?

R. L'unica soluzione a molti di questi problemi è stringere i legami fiscali tra i paesi dell’Unione Europea, passando dal debito nazionale a quello europeo e usando strumenti di raccolta che facciano leva sulle potenzialità del continente. Questo però è un discorso che politicamente non piace. Economisti e politici hanno sensibilità differenti in materia. Diverso è il discorso per il debito cumulato sinora. Qui bisogna capire se il problema è uno stock di debito elevato oppure la capacità di ripagarlo e di emetterne di nuovo. Rilevo però che non si parla più di spending review o di lotta all'evasione o di altre strategie con cui potremmo recuperare denaro per migliorare i conti pubblici.

D. All'inizio della pandemia Mario Draghi suggeriva di distinguere tra debito buono e debito cattivo. È una distinzione ancora valida?

R. L'osservazione di Draghi riguarda il modo in cui spendiamo i soldi pubblici. Si tratta di un discorso del tutto condivisibile e, peraltro, scontato per qualsiasi investitore privato, anche se non per gli Stati. Aggiungo peraltro che per risolvere i problemi dell'Europa i soldi pubblici non sono comunque sufficienti. Per esempio i paesi dell'Unione non saranno mai in grado di raccogliere tutte le risorse necessarie per finanziare la transizione green. Ecco perché c'è bisogno del settore privato e del mercato dei capitali. In questa cooperazione anche le banche possono svolgere un ruolo importante come meccanismo di trasmissione delle risorse finanziarie. Non credo insomma che gli organismi pubblici possano fare tutto da soli.



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