C’è la prospettiva di tornare al bipartitismo, ma con un’inedita polarizzazione del consenso sulle componenti estreme dello schieramento politico, oppure quella di rilanciare la scommessa macronista sulla vittoria di un centrismo perpetuo e senza alleanze: questo è il dilemma in cui si dibatte la Quinta Repubblica francese.
Sarebbe davvero un ribaltone se all’Eliseo si insediasse Jean Luc Melenchon che da anni guida La France Insoumise, oppure se al terzo tentativo, dopo i due ballottaggi in cui è stata battuta da Emmanuel Macron, vincesse finalmente Marine Le Pen.
Più rassicurante sarebbe il continuismo, con la vittoria di Eduard Philippe, leader centrista di Horizon ed erede naturale di Emmanuel Macron, di cui è stato primo ministro da maggio 2017 a luglio 2020 e che lo aveva surclassato in popolarità e consensi, subendo le inevitabili conseguenze di questo intempestivo successo: dopo le dimissioni da Palais Matignon si è ritirato a Le Havre, di cui è sindaco. Da allora, per evitare nuovi inconvenienti, Macron ha nominato solo figure politiche di secondo piano come Jean Castex ed Élisabeth Borne, oppure leader troppo giovani come Gabriel Attal, salvo poi cercare di rimediare con il tecnocrate Michel Barnier e ora con Francois Bayrou che è un politico di lunghissimo corso: ma, non avendo i voti in Parlamento, è tutto inutile.
Assai meno probabile una candidatura di Christine Lagarde oggi alla guida della Bce. A leggere in controluce le sue recentissime dichiarazioni circa l’affidabilità dell’Italia sotto il profilo delle politiche fiscali, non sembra disdegnare una tal prospettiva: se dalla torre di Francoforte può ben giudicare i governi, saprebbe altrettanto bene risolvere i problemi economici e finanziari che stanno attanagliando la Francia.
Politicamente debole, sarebbe un innesto tecnocratico che aggraverebbe anziché rimediare lo stallo attuale: non c’è infatti alcun paragone con la figura di Dominique Strauss-Kahn, che fino alle dimissioni per uno scandalo a sfondo sessuale fu direttore generale del Fmi, carica a cui Lagarde subentrò per consentire alla Francia di mantenere quell’incarico. La carriera politica di Strauss-Kahn era stata lunghissima: deputato nel 1986 nelle liste del Partito socialista; ministro delegato all’Industria e al Commercio estero nei governi Cresson e Bérégovoy dal 1991 al 1993; ministro dell’Economia, Finanza e Industria del governo Jospin dal 1997 al 1999.
Per un riassetto completo della rappresentanza politica francese bisognerebbe dunque attendere la primavera 2027, quando scadrà il secondo mandato di Macron che non potrà immediatamente ricandidarsi a causa delle modifiche apportate alla Costituzione per evitare interminabili reggenze, come quella di Francois Mitterand che era rimasto ininterrottamente all’Eliseo per quattordici anni. Ormai, non sono possibili più di due mandati consecutivi, ognuno della durata ridotta a cinque anni.
Le nuove elezioni presidenziali sarebbero l’unica possibilità per superare un’impasse che non è superabile indicendo nuove elezioni anticipate, visto che anche nella tornata dell’estate 2024 nessuna coalizione è riuscita a ottenere la maggioranza assoluta: è da giugno 2022 che nessun governo ha avuto piena agibilità parlamentare. Per far approvare i propri provvedimenti deve impegnare ogni volta la propria responsabilità, minacciando dimissioni.
Questa disfunzionalità deriva dalla sostanziale mutazione della morfologia della rappresentanza politica della V Repubblica indotta nel 2017 dalla elezione di Macron alla presidenza della Repubblica, presentandosi come un candidato «né di destra, né di sinistra», alla guida di una formazione centrista nuova di zecca, denominata En Marche!, che nelle successive elezioni ottenne la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, consentendo al primo quinquennato di Macron di nominare governi in grado di procedere senza intoppi. Diversamente è accaduto dopo la rielezione nella primavera 2022: la nuova coalizione centrista presidenziale, ridenominata Ensemble, ottenne solo la maggioranza relativa all’Assemblea nazionale, diventando dunque ostaggio del voto contrario congiunto della Sinistra coalizzatasi come Nupes e della Destra lepenista.
Ora, la crisi di governo è nuovamente dietro l’angolo, visto che né la sinistra né la destra sono disponibili a fornire i voti necessari per approvare la manovra correttiva da 44 miliardi di euro, proposta dal governo Bayrou di cui non fanno parte. E, tanto meno, i centristi di Ensemble hanno intenzione di tradire la loro matrice, cercando alleanze: verrebbe meno la loro stessa ragione di esistere, il caposaldo che ha ispirato la scommessa politica di Macron, quella di governare senza l’appoggio né della destra, né della sinistra.
Lo stallo rappresentato dalla persistente mancanza di qualsiasi maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale - situazione inedita nella Quinta Repubblica che rende impossibile quella «coabitazione» che in passato consentì l’accomodamento tra un presidente eletto da una maggioranza diversa da quella parlamentare - rappresenta il vero nodo che attanaglia il sistema politico francese: occorre superare, senza farlo implodere, il progetto del centrismo macronista che ha assorbito le componenti moderate di Socialisti e Gaullisti che in passato si alternavano al governo, ma che non ha più la forza di andare avanti da solo: che paradosso per il movimento politico che aveva chiesto perentoriamente ai francesi di mettersi finalmente «En Marche!».
Un patto della staffetta tra Macron e Philippe è più di un’ipotesi di scuola, ma se non dovesse potrare a un accordo politico preliminare con sinistra o destra troverà un ostacolo insormontabile nella conventio ad escludendum tra i due schieramenti, che gli impediranno in ogni modo di arrivare al ballottaggio anche votandosi reciprocamente in modo strumentale: solo a quel punto, entrambi legittimati, si batteranno all’ultimo voto per l’Eliseo. (riproduzione riservata)