Si vivono tempi difficili in cui ci sono concessi pochi momenti di ironia. Uno di questi viene dai francesi che non hanno mai lesinato sarcasmo verso i ritals (come ci chiamavano con spregio) salvo trovarsi ora a invidiare Giorgia Meloni, additata a modello di moderazione, e persino l’arte del compromesso parlamentare di cui siamo maestri dai tempi di Depretis.
Si capisce: perché lo sconosciuto Lecornu dovrebbe riuscire dove hanno fallito politici navigatissimi come Barnier e Bayrou?
Come se non bastasse, è crollato un altro mito degli italiani, l’Ena, sacrificata all’insofferenza degli elettori verso l’albagia dei tecnocrati che da mezzo secolo governano il Paese. Per Macron è stata come l’uccisione del padre perché proprio da quei ranghi proveniva e a essa doveva molto della sua fulminea carriera.
Ma quel che è peggio è la constatazione che è entrata in crisi la Costituzione del 1958, idolatrata dagli italiani, sin dai tempi di Bettino Craxi.
Molte le cause di questo impasse. La prima è sicuramente legata alla deriva assolutista della presidenza della Repubblica, che va ben oltre il bonapartismo inculcato nel testo da Charles de Gaulle. Se infatti il bonapartismo presuppone una certa dose di carisma e di consenso plebiscitario del presidente, l’assolutismo è invece una riedizione di un modello nel quale il re regna per diritto divino e non per investitura popolare.
A farne le spese è stata la figura del Primo ministro, ridotto a ciambellano-parafulmine, meno influente dell’ultimo dei consiglieri dell’Eliseo.
Il secondo problema è quello del vuoto creato dalla dissoluzione dei partiti storici, soppiantati da quel nulla cosmico che è il «movimento» di Macron, nulla di più che un comitato elettorale intermittente.
Inoltre a turbare i sonni delle istituzioni è la piazza. Ricordo un primo ministro tuonare in televisione «non è la piazza che governa». Ebbene si sbagliava di grosso perché il concetto di sovranità popolare francese è molto diverso dal nostro, assai addomesticato.
Dal 1792 quando i cittadini perdono la pazienza con i loro rappresentanti, tentano la sorte della dura protesta. Che può concludersi o con il rovesciamento del regime, o con tragiche crisi dell’ordine pubblico come accadde nel 1934 quando la polizia sparò su una manifestazione di destra, lasciando sul terreno 17 morti e 2000 feriti.
Infine i francesi che, pagano regolarmente le tasse, sono molto esigenti verso le prestazioni dello stato sociale, il quale diventa sempre più caro. In questo ci battono.
Non è molto caritatevole, lo ammetto, ma tiriamo un sospiro di sollievo. Non siamo messi così male come credevamo e come stanno cominciando a dimostrare anche le agenzie di rating.(riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di Giurisprudenza di Firenze