La Francia è «sull’orlo del sovraindebitamento» e il pericolo rappresentato dalla situazione fiscale del Paese è «immediato», ha avvertito il primo ministro François Bayrou durante una conferenza stampa sulla bozza di bilancio per il 2026, presentata lo scorso luglio. Con il piano di risparmi da 44 miliardi di euro, Bayrou ha sottolineato che «ogni ora degli ultimi 20 anni» il debito pubblico francese è aumentato di «12 milioni di euro». La preoccupazione sulla sostenibilità delle finanze pubbliche arriva in un momento critico, con crescenti contestazioni politiche e sociali. Il governo francese si prepara infatti ad affrontare una mobilitazione di piazza il prossimo 10 settembre: i sindacati e l’opposizione scenderanno in strada contro la proposta di bilancio, contestando misure impopolari come la possibile soppressione di giorni festivi e il congelamento di tremila posti di lavoro nella pubblica amministrazione.
Il premier Bayrou, consapevole della delicatezza del momento, ha annunciato che l’8 settembre, alla vigilia della seduta straordinaria dell'Assemblea nazionale, chiederà un voto di fiducia sul suo governo, invocando l’articolo 49.1 della Costituzione francese. Il voto, riferisce l’emittente Bfmtv, servirà a confermare l’impegno del governo per ridurre il deficit pubblico, fissato in un ambizioso piano di risparmi pari a 44 miliardi di euro. Sarà solo dopo questa votazione che il governo sarà pronto a discutere nel dettaglio le singole misure contenute nel piano, al fine di contenere l’emergenza fiscale che sta mettendo alla prova le finanze della Francia.
La Francia, secondo i dati della Banca Centrale Europea, presenta attualmente un rapporto debito/pil superiore al 114%. Un dato che, se confrontato con il 67% di inizio millennio, risalta in modo drammatico. Prima della crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era sotto controllo, ma la recessione scatenata dalla bolla dei mutui subprime ha fatto impennare il rapporto all’88% entro il 2010.
Da quel momento, l’indebitamento pubblico ha continuato a crescere in maniera costante, toccando il 100% nel 2016 e rimanendo su questi valori fino al 2019. Poi, con la pandemia, il colpo di grazia: il debito/pil è balzato al 118% nel 2020, un salto che, sebbene attenuato nei successivi due anni, non ha visto un reale miglioramento. Infatti, dal 2003, il rapporto non ha mai smesso di crescere.
Per comprendere appieno questa dinamica, occorre guardare al deficit, che ormai da anni rappresenta una vera e propria sfida strutturale per il Paese. Nel 2025, il rapporto deficit/pil si attesterà al 5,46%, con una media degli ultimi sei anni pari al 6,16%. Ben al di sopra della soglia del 3% prevista dal Trattato di Maastricht, considerata dai principali economisti come il limite "sano" per un'economia.
Quali le cause di questo trend? Il deficit francese è alimentato da una combinazione di fattori strutturali e congiunturali: l’aumento della spesa pubblica, necessaria per sostenere la crescita economica e il welfare, ha fatto lievitare il peso delle finanze statali, aggravato dalla scarsa capacità di incrementare le entrate fiscali e dall’alto livello di evasione fiscale. Inoltre, come evidenziato dall’Ocse, la difficoltà nel contenere la spesa, in un contesto di crescita modesta e alta disoccupazione, continua ad essere un ostacolo significativo.
Le principali economie europee, come Germania, Spagna e Italia, stanno affrontando sfide simili riguardo al debito pubblico e al rapporto deficit/pil, seppur con differenze significative nelle rispettive traiettorie.
La Germania, tradizionalmente virtuosa, stando ai dati della Bce, ha visto un incremento del debito a partire dalla crisi del 2008, arrivando a toccare l’81% del Pil. Tuttavia, una volta gestita la recessione indotta dalla bolla finanziaria Usa, il debito pubblico ha intrapreso una traiettoria discendente fino al 2019, anno in cui il rapporto debito-Pil si aggirava intorno al 59%. Nell’anno della pandemia l’indicatore è balzato al 68%, – coerentemente con le dinamiche del debito pubblico di tutte le economie occidentali – per poi ritornare su livelli normali negli anni successivi. A fine 2024 la Germania aveva un debito pubblico pari al 62% del suo prodotto interno lordo. Il virtuosismo fiscale di Berlino è testimoniato dal deficit, che, esclusi i bienni 2009-2010 e 2020-2021, non ha mai superato il 3% del pil. Nei due bienni, citati, aveva temporaneamente superato la soglia di Maastricht per sostenere l'economia.
La Spagna, invece, ha registrato un forte aumento del debito, che è salito dal 40% al 100% del pil dopo la crisi del 2008, e nel 2020 ha superato il 120%. Il deficit spagnolo ha oscillato tra il 5% e il 6% negli ultimi anni, ben oltre la soglia del 3% fissata dal Trattato di Maastricht, e la Spagna sta ora cercando di ridurre il disavanzo nonostante una crescita incerta e l'alto tasso di disoccupazione.
L'Italia, da parte sua, ha vissuto una dinamica simile: il debito pubblico è passato dal 103% nel 2007 al 155% nel 2025, con un deficit atteso intorno al 5,46% nel 2025. Il paese sta combattendo contro l'inevitabile crescita della spesa pubblica, difficoltà fiscali e una crescente pressione sulla sostenibilità del debito, simile a quella della Spagna e della Francia. (riproduzione riservata)