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Fondi ed Etf, ecco i rischi legati a liquidità, derivati e concentrazione su titoli tecnologici Usa. L’analisi Bce

24 maggio 2024, 21:15

I rilievi della Bce sul settore finanziario non bancario, il cosiddetto shadow banking o Nbfi (Non-Bank Financial Intermediation). I buffer di liquidità sono in calo e aumenta sempre più l’esposizione verso gli Usa. Oltre il 15% dei fondi può soffrire per i margini sui derivati. Anche le banche potrebbero essere coinvolte. L’Ue pensa ora a stress test

I regolatori internazionali stanno alzando sempre più l’attenzione sul settore finanziario non bancario, il cosiddetto shadow banking o Nbfi (Non-Bank Financial Intermediation), dopo aver aumentato i controlli soprattutto sugli istituti di credito negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008. Le autorità vogliono evitare che i rischi siano trasferiti dalle banche alle non-banche (una categoria eterogenea che include fondi di investimento, Etf, assicurazioni, fondi pensione e family office).

Peraltro le interconnessioni sono tali che anche gli istituti di credito tradizionali sarebbero coinvolti in una crisi dello shadow banking, come ha mostrato la vicenda Archegos. La Bce ha calcolato che il 20% della raccolta delle banche arriva dalle non-banche attraverso titoli e repo (particolarmente volatili nei momenti di tensione sui mercati). Così nei giorni scorsi è arrivata la proposta della Commissione Ue per avviare stress test sul settore Nbfi (si veda MF-Milano Finanza del 23 maggio).

Nel terzo trimestre 2023 il comparto degli intermediari non bancari valeva 42.900 miliardi di euro (il 41% delle attività finanziarie totali Ue), mentre gli asset delle banche ammontavano a 38 mila miliardi di euro (36%, mentre la quota restante è quella relativa alle banche centrali).

Liquidità e margini sui derivati

Ma da dove arrivano i rischi dello shadow banking? Negli ultimi anni i profitti sono saliti grazie ai tassi alti ma i buffer di liquidità sono diminuiti (si veda grafico in pagina). Così la capacità di resistere a eventuali shock si è ridotta. La bassa percentuale di cash e asset liquidi di alta qualità rappresenta una vulnerabilità dei fondi di investimento aperti poiché aumenta il rischio di vendita forzata degli asset in caso di un aumento inatteso dei rimborsi richiesti. Una situazione specifica è quella dei fondi immobiliari (Reif) che sono esposti a correzioni nei mercati real estate.

Un improvviso fabbisogno di liquidità può derivare anche da richieste di margini sulle esposizioni in derivati, soprattutto su quelli sui tassi in caso di volatilità. I margini sono richiesti per garantire che le posizioni siano coperte in caso di movimenti dei prezzi. Se il mercato diventa molto volatile, le richieste di margini possono aumentare in modo significativo e rapido.

La Bce ha osservato che «oltre il 15% dei fondi di investimento aperti e degli Exchange-Traded Fund (Etf) dell’Eurozona sembra non essere adeguatamente preparato a far fronte a possibili picchi di richieste di margini». Inoltre per oltre il 20% dei fondi il flusso massimo settimanale di margini registrati in un determinato trimestre ammonta a oltre l’80% delle disponibilità liquide.

L’analisi Bce ha così individuato «vulnerabilità» che potrebbero portare a comportamenti prociclici amplificando turbolenze. Una corsa alla liquidità legata a ingenti richieste di margini potrebbe causare vendite di attività o chiusure delle esposizioni in derivati che poi aumenterebbero ulteriormente la volatilità dei prezzi.

In caso di movimenti molto ampi, poi, l’incapacità dei fondi di soddisfare le richieste di margini potrebbe avere effetti negativi su altri operatori di mercato, come le banche che agiscono all’interno delle controparti centrali o i dealer nel mercato fuoriborsa over-the-counter. Perciò la Bce ha evidenziato l’importanza di «adeguate riserve di cash e di fonti di liquidità diverse e affidabili».

Concentrazione verso titoli tecnologici Usa

Le valutazioni dei portafogli nel settore Nbfi sono migliorate assieme ai mercati nell’ultimo anno ma le esposizioni azionarie si sono concentrate sempre più sugli Usa, in particolare nel comparto tecnologico e in titoli come quelli di Microsoft, Apple, Nvidia, Meta, Alphabet, Amazon.

La quota dei 25 maggiori emittenti tra le azioni non finanziarie è salita al 24% per fondi di investimento, assicurazioni e fondi pensione (di cui il 60% nel settore tech). I valori erano al 20% a fine 2022. Gli Stati Uniti, che pesavano per il 10% delle esposizioni nel 2013, valgono ora il 55% dei portafogli. La quota dell’Europa è scesa nello stesso periodo dal 67% al 27%.

Questa evoluzione, secondo la Bce, «espone il settore dei fondi di investimento dell’Eurozona a sviluppi negativi dell’economia statunitense e a potenziali bolle nel settore tecnologico». I portafogli azionari possono quindi essere sempre «più vulnerabili al rischio idiosincratico, soprattutto nei fondi d’investimento, dove le partecipazioni sono maggiormente concentrate nelle imprese tecnologiche statunitensi». Di conseguenza per la Bce «un improvviso calo del prezzo delle azioni di una o poche singole società potrebbe causare perdite significative nel portafoglio e provocare deflussi di fondi, con potenziali ricadute sul sistema finanziario in generale».

Francoforte inoltre ha espresso «preoccupazione» per il limitato sostegno del comparto Nbfi all’economia dell’Eurozona. Il risparmio europeo, così quello italiano, sta finanziando altre aree geografiche e in particolare gli Usa. Un tema centrale per l’Europa, su cui però non sembra esserci adeguata consapevolezza da parte della politica. I regolatori intanto, come mostra la proposta Ue sugli stress test, stanno muovendo i primi passi per contrastare i rischi dello shadow banking. (riproduzione riservata)



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