Scorpacciata finita? Si torna con i piedi per terra? In sole due sedute il 2024 insinua un dubbio nella mente degli investitori: il rally di Natale, quello che ha portato le borse vicine o sopra i massimi storici, è giunto al termine? In realtà il rosso che ha accomunato gli indici mondiali nelle prime due giornate di scambi potrebbe rappresentare solo una breve correzione dopo la grande corsa di fine 2023.
Un anno eccezionale sul fronte finanziario, con lo S&P 500 cresciuto di oltre il 24% e il Nasdaq balzato del 43% grazie alla miglior performance dal 2020. Ma il pensiero che un ciclo possa essere finito non è facile da sradicare. E allora non è un caso che la volatilità sia tornata a salire, con l’indice Vix a quota 13,8 (+4,6%).
Se nella prima seduta dell’anno la performance peggiore l’aveva realizzata Wall Street, nella seconda i ruoli si sono invertiti. Ieri le borse europee hanno chiuso con un rosso deciso: solo Londra ha retto (-0,5%), mentre la maglia nera è finita a Parigi (-1,6%) e anche Milano (-1,4%), Francoforte (-1,4%) e Madrid (-1,25%) hanno sofferto in attesa del dato sull’inflazione europea di venerdì.
C’è un secondo dubbio che prende sempre più piede: gli investitori hanno iniziato a chiedersi se non siano stati troppo ottimismi sulla riduzione dei tassi nel 2024. Finora i mercati hanno scontato sei tagli di Fed e Bce per complessivi 150 punti, mentre la banca centrale americana ne ha paventati solo tre e quella europea continua a trincerarsi dietro l’approccio basato sui dati.
Prevedere sei tagli, allora, potrebbe essere stato eccessivo, soprattutto dopo le parole di ieri del presidente della Fed di Richmond, Thomas Barkin. Il banchiere centrale ha spiegato che un rialzo dei tassi resta sul tavolo, anche se sono emersi progressi reali sull’inflazione. Nemmeno dai verbali dell’ultima riunione della Fed sono arrivate indicazioni più chiare: tra le righe si legge che i membri del Fomc considerano i tagli nel 2024 probabili/appropriati, ma non hanno specificato quando si partirà, accrescendo così l’incertezza.
In questo contesto le borse americane hanno pagato ancora pegno. A un’ora dalla chiusura il Nasdaq cedeva lo 0,8%, mentre l’S&P 500 - che ogni giorno si allontana sempre più dal suo massimo storico - perdeva lo 0,5% e il Dow Jones lo 0,4%. Eppure i dati macro di giornata hanno regalato degli spunti positivi: a novembre le offerte di lavoro sono diminuite oltre le attese, notizia che dovrebbe rassicurare perché meno occupazione significa meno consumi, la prima causa dell’inflazione Usa.
L’economia americana invece continua a reggere e a dicembre l’indice Ism manifatturiero è salito anche lui sopra le attese. In ogni caso ieri Wall Street è scesa meno di martedì, quando il Nasdaq ha registrato il suo peggior calo giornaliero da ottobre (-1,6%) dopo il declassamento di Apple da parte di Barclays, giustificato con la debolezza dei volumi dei prodotti della Mela. Ieri, invece, i timori sulla big tech hanno colpito i suoi fornitori orientali e di conseguenza le borse asiatiche (Hong Kong ha perso quasi l’1%).
Il rendimento del Treasury non poteva non risalire dopo che gli investitori hanno iniziano a dubitare sulla bontà delle loro aspettative sul taglio dei tassi. Ieri il decennale ha superato il 4%, per poi chiudere al 3,92%, mentre il rendimento del Btp (3,7%) e del Bund (2%) a 10 anni è rimasto insensibile alle attese su Fed e Bce, con lo spread in zona 167 punti base.
Un contesto del genere, al contrario, ha rinvigorito la valuta americana e così il cambio euro-dollaro è sceso a quota 1,0904 (-0,39%). La parte del leone l’ha fatta il petrolio, con il Brent e il Wti in rialzo del 3% per i timori sulla domanda causati dagli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso e dall’attentato in Iran alla tomba del generale Soleimani. In Medio Oriente sale la tensione e sui mercati cresce il nervosismo. (riproduzione riservata)