La Fed si appresta a una probabile svolta dovish (da colomba) nella riunione del 16-17 settembre, dopo esser rimasta ferma da fine 2024. Ma per la banca centrale americana c’è in gioco nelle prossime settimane molto più di un taglio dei tassi.
La Fed sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia, sia per ragioni economiche (lo scenario stagflattivo rende la politica monetaria molto complessa) che per gli attacchi alla sua indipendenza.
Il presidente Usa Donald Trump continua a spingere per forti tagli dei tassi, pur rivendicando al contempo un boom dell’economia americana (una palese contraddizione).
Le politiche commerciali degli Stati Uniti stanno causando un aumento dell’inflazione che al contrario rende difficili le sforbiciate. Il carovita, che prima di Trump sembrava diretto senza troppi problemi all’obiettivo del 2%, è risalito al 2,9%. L’economia Usa sta frenando e il mercato del lavoro si sta raffreddando. Gli effetti dei dazi peraltro sono solo agli inizi.
È questo uno scenario complicato per la Fed, che a differenza della Bce ha un mandato duale e quindi deve puntare anche alla massima occupazione, oltre che a un’inflazione al 2%.
La banca centrale è così spinta nello stesso tempo in due direzioni opposte: il rialzo del carovita richiederebbe di lasciare i tassi all’attuale livello (4,25-4,5%), mentre un taglio sarebbe opportuno a causa della crescente debolezza nei dati sull’occupazione.
Nello stesso tempo, come se la situazione economica non bastasse, Trump sta cambiando volto al board della Fed. Il fedelissimo Stephen Miran è pronto a entrare. La battaglia per la rimozione di Lisa Cook è in corso. Da maggio ci sarà un nuovo presidente al posto di Jerome Powell, più volte chiamato «idiota» da Trump. Persino il segretario del Tesoro Scott Bessent, di solito un moderato rispetto al presidente americano, ha chiesto forti misure per cambiare la Fed.
L’istituzione economica di maggior peso nel pianeta rischia così di virare verso il modello turco, nel quale il presidente chiede e la banca centrale esegue. Trump spera che i tagli serviranno per ridurre i costi di finanziamento del Tesoro ma i timori di un’inflazione più alta, dovuti ai dazi e alla minore indipendenza della banca centrale, spingerebbero al rialzo i tassi dei Treasury a lungo termine.
In questo quadro come si muoverà la Fed? Le indicazioni di maggior rilievo sono arrivate dal discorso di Powell a Jackson Hole. Il presidente della Fed ha aperto al taglio dei tassi a causa di rischi economici «in evoluzione» e in particolare di un mercato del lavoro che si sta raffreddando. Così «con una politica monetaria in territorio restrittivo» le prospettive di base e l’evoluzione dei rischi «potrebbero giustificare un adeguamento della posizione di politica monetaria», ha detto Powell.
Il banchiere centrale ha sottolineato che la Fed è «in una situazione difficile» perché «nel breve termine i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo, mentre quelli per l’occupazione sono orientati al ribasso». Powell non è comunque sembrato propenso a maxi-tagli dello 0,5%, invece che dello 0,25%, come ipotizzato da una minoranza di operatori di mercato: «La stabilità del tasso di disoccupazione e di altri indicatori del mercato del lavoro ci consente di procedere con cautela», ha detto.
I dati economici pubblicati dopo Jackson Hole hanno confermato il deterioramento dell’occupazione, con soli 22 mila posti creati ad agosto, un livello inferiore alle attese. I dati dei mesi precedenti sono stati corretti al ribasso. In ogni caso il tasso di disoccupazione è salito solo dal 4,2% al 4,3%, quindi non dovrebbero servire interventi massicci.
Mercati ed economisti sono certi del taglio dei tassi dello 0,25% al 4-4,25% nella prossima riunione. Gli operatori monetari stimano in tutto due-tre riduzioni entro fine anno e cinque entro luglio 2025. Morgan Stanley prevede sei tagli, di cui quattro consecutivi.
Ma altri economisti ritengono che il rialzo dell'inflazione (probabilmente oltre il 3%) obbligherà la banca centrale a limitare i tagli. Unicredit per esempio ne vede in totale solo altri tre. Numerose sforbiciate della Fed possono anche far crescere bolle sui mercati.
Una politica monetaria molto dovish da parte della Fed avrebbe conseguenze anche per l’economia dell’Eurozona. L’euro si rafforzerebbe ulteriormente sul dollaro, riducendo esportazioni e domanda in Europa, con impatto aggiuntivo a quello dei dazi. Inoltre nell’area potrebbe farsi sentire la frenata dell’economia degli Stati Uniti. Così il rischio principale per l’Eurozona è una crescita più debole e un’inflazione inferiore alle attese.
In questo caso anche la Bce potrebbe decidere un altro taglio. La presidente Christine Lagarde ha detto che ora Francoforte è «in una buona posizione» sui tassi ma questo non vuol dire che ci sia un percorso predefinito sui tassi. La Bce continuerà a guardare i dati e se l’economia lo richiederà è possibile un’altra sforbiciata dall’attuale 2% all’1,75%, come ha detto il governatore francese François Villeroy de Galhau. Anche il finlandese Olli Rehn ha ribadito che la Bce deve monitorare i rischi al ribasso sull’inflazione.
In ogni caso Francoforte ha già fatto gran parte del lavoro. La Fed invece dovrebbe ripartire con un ciclo esteso di riduzioni dei tassi, anche sulla spinta di un board più vicino alla linea Trump. La perdita dell’indipendenza della Fed sarebbe però un boomerang per l’economia Usa, con conseguenze di rilievo anche per l’Europa. (riproduzione riservata)