Potrebbe essere Michael Flacks a muovere le prime pedine per far partire il risiko dell’acciaio europeo. L’investitore nato a Manchester, in Inghilterra, fondatore del fondo statunitense Flacks si è detto «molto» interessato ad acquistare British Steel e a integrarla con l’ex Ilva, dando vita a uno dei maggiori gruppi siderurgici del continente. Un’operazione che, se andasse in porto, intreccerebbe il futuro di due dei siti industriali più complessi d’Europa, entrambi segnati da perdite, crisi industriali e da un forte intervento pubblico.
Secondo quanto dichiarato dal fondatore del fondo statunitense al Financial Times, Flacks Group starebbe lavorando con un pool di banche per preparare un’offerta per l’acciaieria di Scunthorpe, oggi di fatto sotto controllo del governo britannico. «Qualcuno deve prendere il controllo di British Steel. È un impianto di importanza nazionale», ha dichiarato Flacks al quotidiano finanziario. «Vedo un’opportunità straordinaria in un settore che molti hanno trascurato. Sono molto ottimista».
Flacks, con un patrimonio stimato in circa 1,7 miliardi di sterline secondo la Sunday Times Rich List, ha un passato nel retail e investimenti nell’industria e nel real estate. In passato ha tentato acquisizioni complesse, come Laura Ashley e Poundworld, finite poi in amministrazione controllata. «Non siamo private equity, non siamo una società quotata e non abbiamo azionisti a cui rispondere. Giochiamo la partita lunga», ha detto al Ft, spiegando di voler essere un proprietario stabile per Scunthorpe.
British Steel ha una storia incredibilmente simile a quella di Acciaierie d’Italia. Il polo, che attualmente impiega circa 3.500 persone nello stabilimento di Scunthorpe, è da anni al centro di tentativi di rilancio falliti. Dopo l’acquisto da parte del fondo Greybull Capital nel 2016, l’azienda è finita in insolvenza nel 2019. Nel 2020 è stata rilevata dal gruppo cinese Jingye Steel, ma nel 2024 il governo di Londra è intervenuto con una legislazione d’emergenza per assumere il controllo della gestione, temendo l’uscita di scena dell’azionista.
Il contesto resta complicato: il settore siderurgico europeo è sotto pressione per l’eccesso di offerta globale, trainato dalla Cina, che nel 2024 ha prodotto oltre la metà dell’acciaio mondiale. Jingye aveva stimato perdite pari a circa 700 mila sterline al giorno per Scunthorpe, arrivando ad annunciare la chiusura del sito lo scorso marzo. Per qualsiasi nuovo proprietario, il nodo centrale resta l’investimento industriale: servirebbero centinaia di milioni di sterline per sostituire gli altiforni con forni elettrici ad arco, meno inquinanti e più coerenti con gli obiettivi climatici.
Il progetto di Flacks parte però dall’Italia. Il fondo statunitense è in trattative riservate per l’acquisizione dell’ex Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa, e a fine 2024 ha dichiarato di avere allo studio un piano di finanziamenti fino a 5 miliardi di euro per il rilancio del sito. L’impianto è stato travolto negli anni da scandali ambientali e sanitari, con studi che hanno collegato le emissioni industriali a un aumento dei tassi di tumore nella popolazione locale. Anche in questo caso, il futuro passa da massicci investimenti per la decarbonizzazione e dalla definizione del ruolo dello Stato.
Secondo le indiscrezioni, Flacks starebbe valutando la combinazione tra British Steel ed ex Ilva per intercettare una crescente preferenza di governi e grandi gruppi europei per fornitori locali, in un contesto di crescente attenzione alla sicurezza delle catene di approvvigionamento. «La mia visione è un consolidamento delle operazioni siderurgiche europee», ha spiegato Flacks. «Ci sarà una crescita delle infrastrutture e British Steel sarà più appetibile perché non sarà in mani cinesi». (riproduzione riservata)