Gli indici Pmi (Purchasing Managers' Index) dell’Eurozona mostrano un’economia in ripresa ma ancora debole, con buoni segnali dai servizi e dalla Germania, ma negativi dalla manifattura e dalla Francia. Tutto questo mentre deve ancora manifestarsi il pieno effetto sul pil dei dazi Usa.
A settembre gli indici Pmi sono saliti a 51,2 punti, dai 51 di agosto, restando così sopra la soglia di 50 che separa l’espansione dalla contrazione economica. Il valore ha toccato il massimo da 16 mesi ed è stato lievemente superiore alle attese di mercato. Bene l’indice relativo ai servizi (salito da 50,5 a 51,4), mentre cala di nuovo quello della manifattura (da 50,7 a 49,5).
L’analisi ha rilevato che la Germania è stata «un motore chiave della crescita a settembre», grazie al più forte aumento della produzione da maggio 2023, pari a quello osservato a maggio 2024. Al contrario la Francia ha registrato un calo dell’attività per il tredicesimo mese consecutivo, al ritmo più rapido da aprile. Il resto dell’Eurozona ha mostrato ancora una crescita della produzione, ma il tasso di espansione si è moderato.
Secondo l’indagine i nuovi ordini nell’Eurozona non sono riusciti a mantenere la crescita registrata in agosto e sono rimasti invariati nel corso del mese. Anche l’occupazione è rimasta invariata, mentre la fiducia delle imprese è scesa al minimo degli ultimi quattro mesi. Nel frattempo, le pressioni inflazionistiche si sono attenuate, con i costi dei fattori produttivi e i prezzi alla produzione che hanno registrato un aumento più contenuto alla fine del terzo trimestre.
«L'Eurozona è ancora su un percorso di crescita», ha osservato Cyrus de la Rubia, capo economista di Hamburg Commercial Bank. «La produzione manifatturiera è aumentata per il settimo mese consecutivo e l’attività nei servizi è in espansione quasi continua dal febbraio 2024. Detto questo, siamo ancora lontani dal vedere un vero slancio».
Le prospettive per il settore manifatturiero secondo de la Rubia «appaiono incerte. La produzione continua a crescere, ma il ritmo è frenato dalla Francia, dove il rimpasto di governo a inizio settembre ha probabilmente compromesso i piani di produzione delle aziende. A parte questo, le speranze di un’accelerazione della crescita non sono giustificate, poiché i nuovi ordini sono diminuiti in modo significativo sia in Germania che in Francia».
Nel medio termine, secondo l’economista, «l’aumento della spesa per la difesa potrebbe far aumentare la domanda di beni industriali. Un impatto più immediato potrebbe derivare dallo stimolo agli investimenti e dal pacchetto infrastrutturale della Germania». Tuttavia secondo l’indagine «la fiducia nell’aumento della produzione è effettivamente diminuita sia in Germania che nell’Eurozona nel complesso».
Quanto alle assunzioni, «erano già piuttosto lente quest’anno e si sono ora arrestate», osserva de la Rubia. «Ciò è dovuto al rallentamento delle assunzioni nel settore dei servizi e alla più rapida riduzione dei posti di lavoro nel settore manifatturiero. La Germania, in particolare, ha rappresentato un freno in questo senso. È possibile che il tasso di disoccupazione ufficiale dell’Eurozona, sceso al 6,2% destagionalizzato a luglio, abbia ormai toccato il fondo».
Nel frattempo, osserva l’economista, «l’inflazione dei costi nei servizi, che la Bce tiene sotto stretta osservazione, si è leggermente attenuata ma rimane insolitamente elevata dato il fragile contesto economico. I prezzi di vendita hanno subito un raffreddamento più marcato, il che potrebbe indurre la Bce a valutare la possibilità di un taglio dei tassi prima della fine dell’anno».
Per S&P Global «la debolezza della domanda ha contribuito a contenere le pressioni inflazionistiche, mantenendo aperta la porta a ulteriori tagli dei tassi Bce nel caso la ripresa dovesse vacillare». Secondo Citi, gli indici Pmi nel complesso «suggeriscono un certo dinamismo, ma con rischi di ribasso fino alla fine dell’anno e alla prima metà del prossimo». Hsbc ha evidenziato che «il settore manifatturiero mostra segni di un nuovo rallentamento, probabilmente a causa degli effetti negativi dei dazi e del rafforzamento dell’euro». (riproduzione riservata)