È un autogol che va evitato. Stefan Pan, vice presidente per l’Unione europea e il rapporto con le Confindustrie europee, in colloquio con MF-Milano Finanza commenta così la proposta di Bruxelles di tassare le imprese con oltre 100 milioni di ricavi per finanziare il budget europeo al 2034. Una stangata che, con i dazi alle porte e il dollaro in svalutazione, potrebbe trascinare l’Italia in uno scenario potenzialmente recessivo. Il rischio? Una stangata da 1 miliardo che colpisce chi innova.
Domanda. Un’Eurotassa sui ricavi. Che ne pensa della proposta di Bruxelles?
Risposta. Il nuovo bilancio 2028-2034 dell’Ue riconosce, giustamente, l’importanza di sostenere la competitività delle imprese e di favorire l’accesso di quest’ultime agli investimenti. Proprio in quest’ottica, la proposta di tassare le aziende sopra i 100 milioni di fatturato rappresenta un controsenso e una scelta che tende all’autolesionismo. Le imprese sono il motore della prosperità e del benessere europeo, e vanno semmai esentate da nuove forme di imposizione.
D. È una posizione condivisa con i colleghi europei?
R. Sì. Come abbiamo avuto modo di comunicare anche a livello di BusinessEurope, la Confindustria europea, subito si è espressa contro questa misura. Se vogliamo salvare l’Europa, dobbiamo mettere ali alle nostre imprese, mentre questa proposta le affossa.
D. Tra dazi, il dollaro in svalutazione e ora questa tassa che scenario si apre per le imprese Italiane?
R. Uno scenario fortemente negativo. Le fornisco solo un dato: secondo stime del Centro Studi di Confindustria, se le tariffe americane al 30% annunciate per il 1° agosto entrassero in vigore, con il cambio euro-dollaro sui livelli attuali, l’export italiano negli Usa si ridurrebbe di circa 38 miliardi, oltre la metà del suo valore attuale. E la cosa più preoccupante è che oltre il 99% di questo impatto riguarderebbe l’industria manifatturiera, con il settore dei macchinari e il farmaceutico tra i più colpiti.
D. Come valuta la decisione di tassare i ricavi e non gli utili?
R. La scelta fa pensare che chi ha preso questa decisione sia lontano da come funzionino realmente le cose: il messaggio che passa è che tutti devono pagare, anche chi è in perdita. Così si aggiungono ulteriori oneri burocratici e finanziari alle imprese, senza sostenerle. Ma solo aziende messe nelle giuste condizioni possono far vincere all’Europa le sfide ambientali, digitali e della difesa che ci sono di fronte, tanto più in questo contesto geopolitico.
D. Chi soffrirebbe di più?
R. Non abbiamo ancora le stime precise, ma la fascia di aziende colpite, in Italia, sarebbe sicuramente quella di chi innova e crea maggior valore aggiunto.
D. Non sarebbe stato meglio tassare le Big Tech che operano in Ue?
R. La sfida si vince togliendo i dazi e non aggiungendoli, dato che l’impatto finisce sempre su industria e consumatori. Lo scopo dev’essere rimuovere le barriere che frenano il mercato unico, come ribadito anche da Mario Draghi nel suo report sulla competitività: va dato ossigeno alle imprese, mentre una nuova tassa, come anche le tariffe, le soffoca. D’altra parte, andrebbe individuata una soluzione a livello europeo per intercettare la capacità contributiva delle Big Tech che realizzano ingenti ricavi nei Paesi dell’Unione Europea, superando definitivamente, ad esempio, la web tax italiana. (riproduzione riservata)