Leonardo Maria Del Vecchio, azionista di Delfin al 12,5%, al momento non si sbilancia sulle due proposte concorrenti che vedono Mps al centro del risiko bancario italiano, vale a dire l’opas promossa sul Monte da Intesa Sanpaolo e la duplice contromossa che Rocca Salimbeni sta provando a imbastire su banca Generali e Banco Bpm, nel tentativo di rendere indigesto il boccone alla Ca’ de Sass e sottrarsi così alla presa di quest’ultima.
Per la holding lussemburghese che fa capo agli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, Mps è una delle principali partecipazioni finanziarie oggi in portafoglio, ma al momento il cda di Delfin non ha ancora interpellato gli azionisti per sondare il loro gradimento sull’una o l’altra soluzione.
«Non ce l’hanno ancora domandato, ma spero che ce lo chiederanno», ha dichiarato l’imprenditore milanese a margine dei lavori del Forum Ambrosetti in corso a Cernobbio.
A chi poi gli domandava se per l’Italia fosse un bene poter dare vita a un campione bancassicurativo in grado di competere con le grandi istituzioni finanziarie europee, Del Vecchio ha annuito, ricordando come fosse anche il desiderio del padre. A patto tuttavia che il placet per un disegno di questo tipo arrivi dal «consenso dei soci» di Delfin, ritenuto evidentemente imprescindibile. «È una cosa che deve esserci», ha rivendicato Del Vecchio.
Su questo fronte, ha ricordato, «non decide solo Milleri (Francesco Milleri, ossia il top manager che Leonardo Del Vecchio ha scelto come suo successore per guidare EssilorLuxottica e Delfin, ndr). Altrimenti non si chiamerebbe Delfin, ma Milfin», ha chiosato l’imprenditore.
Parlando poi dei rapporti che si sono progressivamente deteriorati con Milleri e che nelle scorse settimane - come anticipato da MF-Milano Finanza - hanno portato Del Vecchio a rassegnare le dimissioni da tutte la cariche ricoperte in capo al leader mondiale dell’occhialeria, il numero uno della holding Lmdv ha cercato di spostare il focus sulla necessità che Essilux cambi marcia, al termine di un anno di appannamento sia dal punto di vista industriale sia da quello della performance borsistica. «Vorrei spostare un po’ l’attenzione da questo dualismo che si è creato tra me e Francesco Milleri, quando invece al primo posto deve tornare Essilux che - voglio ricordarlo - è il lascito, il vero investimento di Delfin, la legacy di nostro padre e ha perso il 50% in borsa. Si parla troppo di me e Francesco e si parla troppo di risiko bancario, ma la cosa più importante è custodire e portare altri dieci anni di successi a Essiluxottica: che sia io, Francesco Milleri o Tizio Caio» a farsene carico «non è importante. Quello che conta sono le 250 mila persone che ci lavorano».
Per questo motivo Leonardo Maria Del Vecchio si è auspicato «un cambio delle strategie e una nuova fase. Chi sarà più vicino a rispecchiare queste nuove strategie che dovranno essere condivise con gli azionisti - e per azionisti non parlo solo di noi otto, ma anche degli altri soci che hanno in mano il 60% dell’azienda. Hanno bisogno di una strategia chiara e di una visione di lungo periodo: non di tre anni ma di 50».
L’imprenditore milanese ha poi risposto ad alcune domande sulla holding Delfin, dove i sei fratelli, il fratellastro Rocco Basilico e la vedova del fondatore, Nicoletta Zampillo, faticano da anni a trovare una linea d’azione condivisa. Con il risultato che, come previsto dallo statuto della holding, in mancanza di unanimità è proprio Francesco Milleri ad assumere le decisioni, assieme al board. «Di progetti ce ne sono tanti, però dovrebbero essere i consiglieri a spiegarli, non gli azionisti, posto che sono loro che dicono di essere a comando», ha osservato a questo proposito Del Vecchio, non senza una punta di ironia. A chi gli domandava se da parte sua ci fosse ancora fiducia nei confronti di chi siede nel cda della holding, Del Vecchio ha controbattuto parlando di «attesa» vigile.
«Ce n’è molta, dopo 4 anni di un’attività o attività diversa da quello che dovrebbe essere il ruolo di custodi di Delfin, posto che il loro mandato è a vita, quindi non sono stati nominati per tre anni come manager di qualsiasi altra società».
Se la custodia e l’esecuzione testamentaria non hanno ancora visto la parola fine con un accordo tombale tra gli eredi, Del Vecchio ha tuttavia ricordato di «essere stato finora l’unico e la persona più attiva nel cercare di chiudere la successione, molto più che a scalare le quote di Delfin», fronte su cui «ero peraltro disposto a indebitarmi per 10 miliardi. Il resto è storia. Ora vorrei che i consiglieri di Delfin facessero i consiglieri. E che lo facessero a tempo pieno, non part time». (riproduzione riservata)