L'espansione delle tecnologie digitali ad alto consumo energetico, come i data center e l'intelligenza artificiale, per non parlare dei cripto-asset, «sta facendo aumentare la domanda di energia». Ad oggi «queste tecnologie rappresentano attualmente il 2% del consumo globale di elettricità, ma si prevede che questa cifra sarà più che raddoppiata entro il 2026, arrivando a 1.000 TWh, una quantità paragonabile alla domanda totale di energia elettrica del Giappone». Un’ulteriore domanda di elettricità che «non solo rallenterà l'abbandono dei combustibili fossili, ma aumenterà anche la pressione sulle risorse idriche a causa dell'ulteriore produzione di elettricità e del fabbisogno di raffreddamento delle apparecchiature informatiche». Queste le parole del governatore di Banca d'Italia, Fabio Panetta, nel suo intervento d’apertura della conferenza «Ensuring an Orderly Energy Transition», organizzata dalla presidenza italiana del G7 e dall’Agenzia internazionale dell'energia (Aie) presso Palazzo Koch.
La tecnologia, però, può essere anche «un importante alleato nella transizione energetica: applicazioni promettenti mostrano il potenziale della tecnologia e dell'intelligenza artificiale per aiutare le reti elettriche a gestire una quota crescente di fonti rinnovabili intermittenti, migliorare le previsioni e la valutazione dei rischi climatici e ridurre il costo dei rapporti sulla sostenibilità», ha portato come esempi il numero uno di Via Nazionale.
Il momento attuale è delicato per la transizione green perché «dopo una serie di importanti passi avanti in seguito all'accordo di Parigi del 2015, ora stiamo assistendo a segnali di malcontento». In particolare, i flussi netti verso i fondi di investimento sostenibili stanno perdendo slancio» in alcuni paesi «a causa della reazione politica contro le iniziative per il clima». E non si può negare che la transizione verde sarà costosa. Basti pensare che per assicurare una transizione energetica ordinata, a livello globale le spese su questo versante dovranno salire dagli attuali circa 2.000 miliardi di dollari l'anno a quota 5.000 miliardi di dollari l'anno per l'inizio del prossimo decennio, ha precisato la vicedirettrice esecutiva dell’Aie, Mary Burce Warlick. Eppure sia la transizione energetica che quella digitale sono «trasformazioni inevitabili», quindi «a noi non spetta che sfruttarle al meglio, assicurandoci di massimizzare il loro potenziale combinato e di raccogliere tutti i benefici, non solo i costi». ha dichiarato Panetta.
Per ridurre i costi serve una cooperazione internazionale costante e ordinata, con investimenti pubblici e utilizzo efficiente delle risorse. Nella pratica, suggerisce il governatore di Banca d’Italia, i governi delle maggiori economie globali «dovrebbero assumere la guida» di questo percorso, «promuovendo gli investimenti su ridotte emissioni di carbonio, riducendo i fardelli regolatori amministrativi che frenano la transizione e evitando politiche a singhiozzo che creano incertezza e minano gli investimenti cruciali del settore privato».
Un altro aspetto da tenere sotto è il divario esistente tra le economie avanzate e i mercati emerge?nti ed economie in via di sviluppo (Emde). Nonostante, infatti, le Emde rappresentino un terzo del pil globale e due terzi della popolazione mondiale, queste (esclusa la Cina) rappresentano solo il 15% degli investimenti globali in energia pulita. Un sottoinvestimento «dovuto in parte alle difficoltà nel reperire capitali i finanziamenti dato che finanziare i progetti legati alla transizione nelle Emde può essere due volte più costoso che nelle economie avanzate».
Una soluzione, propone Panetta, potrebbe essere istituire un quadro di incentivi internazionale, come il programma Global carbon reduction incentive (Gcri), dove i Paesi con emissioni pro capite più elevate andrebbero a compensare i Paesi con emissioni relativamente basse. Uno schema «le economie avanzate dovrebbero riconoscere che i trasferimenti di risorse coinvolte nel progetto sarebbero più che compensate dal danno economico evitato dal cambiamento climatico che subirebbero se lo sforzo di transizione fallisse», ha aggiunto il governatore.
Parallelamente vanno evitate «nuove forme di dipendenza energetica» nel processo di sostituzione delle fonti a combustibili fossili con le fonti energetiche rinnovabili. Difatti la produzione delle terre rare è controllata per il 70% dalla Cina che ha anche un ruolo fondamentale nel fotovoltaico, batterie e veicoli elettrici. L'Europa dipende dalle importazioni di minerali critici, quindi «la cooperazione a livello europeo è essenziale per affrontare questo problema attraverso l'integrazione delle reti del gas e dell'elettricità, fondamentali per la sicurezza energetica del continente», ha continuato Panetta spiegando che «un'altra parte fondamentale della soluzione è diversificare i partenariati internazionali e costruire rapporti reciprocamente vantaggiosi con paesi ricchi di input critici».
Nel fare tutto questo non bisogna scordarsi di «aiutare le famiglie più povere per mitigare l'impatto» della transizione energetica. D’altronde, una «transizione di successo richiede una strategia ampia, credibile e inclusiva che affronti sia gli aspetti sociali sia quelli ambientali» ha sottolineato Panetta. Proponendo, ad esempio, che le compensazioni arrivino dalla «redistribuzione dei ricavi» della tassazione sui gas serra.
Sulla stessa linea di pensiero, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha ribadito che «una transizione energetica ordinata e giusta è la sfida decisiva del nostro tempo, che non è solo una sfida tecnologica, ma anche sociale ed economica» che quindi «non deve lasciare indietro nessuno». In sostanza, ha spiegato il titolare del Mef, «mentre avanziamo verso emissioni zero, dobbiamo garantire che i benefici siano condivisi da tutti e che gli oneri non ricadano in modo sproporzionato sui gruppi vulnerabili o su specifici settori produttivi. Questa è l`essenza di ciò che intendiamo per transizione giusta».(riproduzione riservata)