I dazi di Donald Trump saranno un colpo ulteriore per l’economia europea, già alle prese con una situazione difficile a livello congiunturale e strutturale. Il prossimo presidente Usa ha parlato di prelievo del 10-20% sulle importazioni dall’Europa e del 60% dalla Cina. Il pil Ue e quello cinese sono legati in misura rilevante alla domanda del maggiore consumatore mondiale, gli Stati Uniti. Resta da capire come le dichiarazioni di Trump si tradurranno in pratica. Molti ritengono che i dazi saranno mirati soltanto ad alcuni prodotti. Perciò l’impatto potrebbe essere ridotto. Inoltre l’Europa avrà la possibilità di negoziare.
Una soluzione ipotizzata anche da Mario Draghi è quella di aumentare le spese per la difesa, andando incontro alla richiesta Usa di contribuire maggiormente alle spese militari della Nato, a cominciare da quelle per la guerra in Ucraina, di fatto sul suolo europeo. Un’altra possibilità che la Commissione Ue sta valutando è quella di ridurre il deficit americano aumentando gli acquisti europei di gas liquefatto proveniente dagli Usa. C’è anche l’opzione di rispondere con dazi europei, ma la strada della guerra commerciale è pericolosa per un’area che è dipendente in modo rilevante dalle esportazioni. Nel medio termine sarà importante ribilanciare l’attività verso investimenti, domanda interna e mercato unico. Ma intanto l’anno prossimo l’Europa inizierà a pagare l’effetto Trump, anche in caso di misure di contenimento.
L’impatto maggiore per i Paesi europei potrebbe arrivare, prima ancora che dai dazi, dalla perdita di fiducia e dall’incertezza legata a una possibile guerra commerciale. In un sondaggio Reuters, 34 economisti su 39 hanno previsto un impatto «significativo» dei dazi per l’Eurozona nei prossimi anni. «Molte questioni sono irrisolte, ma per ora i segnali sono di una crescita più debole, di una più probabile disinflazione e di tassi Bce più bassi», ha rilevato Jp Morgan.
Secondo il presidente della Bundesbank Joachim Nagel, i dazi di Trump potrebbero pesare per «l’1% dell’attività economica» della Germania che così rischia la recessione anche l’anno prossimo. L’impatto per Nagel «è molto doloroso se si considera che l’economia tedesca non crescerà affatto quest’anno e che il pil aumenterebbe probabilmente meno dell’1% nel 2025 anche senza includere l’effetto dei dazi statunitensi. Se le misure saranno effettivamente imposte, potremmo addirittura scivolare in territorio negativo», ha detto. L’export tedesco verso gli Stati Uniti è stato il più alto in Europa nel 2023 (157,7 miliardi di euro), seguito da quello dell’Italia (67,2 miliardi). Le politiche Usa peserebbero in uno scenario già difficile per Berlino che andrà al voto il 23 febbraio dopo la dissoluzione della coalizione Spd-Verdi-liberali.
Per quanto riguarda l’Italia, Prometeia ha stimato un costo aggiuntivo del protezionismo americano di oltre 4 miliardi in uno scenario più soft, ovvero con aumento del 10% solo sui dazi già imposti per alcuni prodotti (che nel 2023 hanno pesato per 1,9 miliardi, il 2,5% di quanto esportato negli Usa). In uno scenario di aumenti generalizzati, il costo aggiuntivo sarebbe di 7 miliardi. In termini assoluti gli impatti netti sarebbero superiori per la Germania (tra 7,6 e 15,3 miliardi), inferiori per Francia e Spagna.
Secondo Goldman Sachs, le politiche di Trump ridurranno il pil dell’Eurozona dello 0,5% cumulato, quello tedesco dello 0,6% e quello italiano dello 0,3%. L’effetto è atteso soprattutto nel 2025. Capital Economics è più prudente perché ritiene che l’impatto dei dazi sarà compensato dal deprezzamento dell’euro, soprattutto se la moneta unica arriverà alla parità con il dollaro.
Gli analisti concordano che l’economia europea sarà debole anche l’anno prossimo e che la Bce dovrà tagliare i tassi più di quanto previsto fino a poche settimane fa. BofA non esclude l’ipotesi di tagli di 50 punti base l’anno prossimo (mentre a dicembre Francoforte dovrebbe ridurli ancora di 25 punti base), con la possibilità di portare i tassi sotto l’1,5% l’anno prossimo (dall’attuale 3,25%). «Potrebbe non essere necessario che vengano introdotti dazi perché la Bce diventi più colomba», ha rilevato BofA.
«La prospettiva di un aumento dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe pesare significativamente sull’attività economica, soprattutto nel settore manifatturiero, a causa dell'impatto sulla fiducia, sulle esportazioni e sugli investimenti dell'area dell’euro», ha osservato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce. «L’attuale quadro dei rischi suggerisce che possiamo e dobbiamo ridurre ulteriormente la restrizione monetaria», ha aggiunto.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, in un discorso sulla frammentazione degli scambi globali, ha evidenziato che «un’escalation delle barriere commerciali tra blocchi porterebbe a forti perdite per tutti», perciò occorre «evitare l’illusione che misure protezionistiche standard siano la soluzione ai problemi». Panetta ha ricordato che la frammentazione potrebbe costare nello scenario peggiore oltre il 6% del pil mondiale. Per il governatore di Bankitalia, a fronte di un difficile coordinamento globale ci sono ragioni per rafforzare la cooperazione «tra Paesi che la pensano allo stesso modo», come avvenuto tra Usa e Europa per i vaccini contro il Covid. Panetta ha sottolineato che occorre «lavorare meglio con i partner internazionali» e «rilanciare le discussioni sugli accordi commerciali e di investimento». (riproduzione riservata)