Mentre in Italia si continua a discutere, tra l'altro, sul contributo delle banche alla manovra di bilancio 2026 solo apparentemente volontario (visto che poi la tassazione dell'affrancamento dell'importo accantonato ritorna negli anni successivi al 40%), ma non ci si sofferma sui contraccolpi possibili, quali, per esempio, la traslazione dei maggiori oneri sulle commissioni bancarie, a livello europeo si affronta il complesso problema dell'utilizzo degli asset russi congelati per concedere un prestito all'Ucraina ai fini della difesa che, secondo le cifre che ballano, dovrebbe essere di 140-180 miliardi.
Anche in questo caso sembra si rifletta poco sui possibili boomerang. Vedremo oggi quali saranno le decisioni della riunione iniziata ieri del Consiglio europeo.
La posizione dell'Italia esposta alle Camere il 22 ottobre dalla premier Giorgia Meloni risponde a condivisibili criteri di cautela. Su queste colonne avevamo formulato considerazioni similari. Vista, ora, la posizione del Belgio - dove ha sede Euroclear che è il depositario delle riserve russe - il quale esprime fondate preoccupazioni per l'utilizzo in questione, allora per decidere definitivamente bisogna avere una sufficiente certezza che con tale impiego innanzitutto non si violino norme, anche consuetudinarie, del diritto internazionale e convenzioni, avendo presente che i predetti beni sono congelati non confiscati.
L'ipotesi, che viene formulata, è quella dell'utilizzo degli asset come garanzia di un prestito che sarebbe emesso dall'Unione, previa assegnazione delle quote ai partner comunitari, oppure del diretto impiego degli asset stessi per il finanziamento dell'Ucraina, previa garanzia dei singoli Stati. In entrambi i casi si agirebbe sulla proprietà (con l'utilizzo diretto per il finanziamento o come garanzia).
Qui sta un punto critico. Gli asset dovrebbero poi far parte delle riparazioni dei danni della guerra mossa dalla Russia, quando si arriverà - si spera quanto prima, pur con evidenti difficoltà - alla cessazione delle ostilità.
Sarebbe clamoroso se, dopo che si è contestata alla Russia la violazione del diritto internazionale con la guerra scatenata, fosse adesso l'Unione ad essere chiamata in giudizio presso le istituzioni internazionali competenti per l'impiego illegale delle anzidette risorse. Ma, poi, occorre porsi il problema che un'operazione del genere, pur se risultasse giuridicamente ammissibile, potrebbe ingenerare la preoccupazione di investitori e mercati che comportamenti similari vengano tenuti in futuro nell'Unione per altre operazioni. Ne trarrebbero danno la stabilità monetaria e finanziaria dell'area nonché lo stesso euro.
Di qui le logiche preoccupazioni della Bce.
Infine, ci si deve chiedere fino a che punto sia giusto un impegno finanziario di ciascun Paese, sia pure sotto forma di garanzia da prestare nei modi accennati: vi è qui quanto meno un problema di proporzionalità rispetto agli altri impegni istituzionali. Ma, allora, se ne deve trarre che non si può aderire all'ipotesi del prestito su cui spinge la Germania? No. Ma un ulteriore approfondimento sul piano giuridico è necessario. Così come bisogna promuovere un'adeguata comunicazione e rendicontazione con l'obiettivo di evidenziare la straordinarietà di tali decisioni dell'esclusione della loro reiterazione in altre eventuali vicende.
Insomma, va fatto tutto il possibile per conseguire un risultato, sotto i diversi profili, inattaccabile. Poi è fondamentale agire finalmente, da parte dell'Unione, sul piano diplomatico per iniziative innanzitutto per il cessate il fuoco in Ucraina. (riproduzione riservata)