L’espansione della spesa militare mondiale non minaccia soltanto i bilanci pubblici, ma rischia di compromettere in maniera irreversibile gli obiettivi climatici. È l’allarme contenuto nel nuovo rapporto di Scientists for Global Responsibility, che ha analizzato 11 studi pubblicati tra il 2023 e il 2025 per stimare l’impatto ambientale delle spese per la difesa.
Secondo il report, ogni incremento di 100 miliardi di dollari di spesa militare genera in media 32 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Proiettato sulle decisioni già prese dalla Nato (che ha innalzato il target al 5% del pil per la spesa militare) ciò equivale a un aumento di 132 milioni di tonnellate annue di emissioni, pari a quelle prodotte dall’Oman o da circa 345 centrali elettriche a gas.
L’aumento pianificato si aggiunge ai 200 miliardi di dollari di incremento dei fondi tra il 2019 e il 2024 che hanno già spinto l’impronta di carbonio militare della Nato a 64 milioni di tonnellate di CO2. E se i livelli di spesa venissero mantenuti per un decennio, la Nato da sola accumulerebbe 1,32 miliardi di tonnellate di CO2, un dato comparabile con le emissioni annuali del Brasile, che è al quinto posto al mondo.
A rendere la questione più critica è che le emissioni militari sono difficili da monitorare, in gran parte a causa della mancanza di trasparenza e di rendicontazione obbligatoria. Quelle dirette (Scope 1 e 2), legate principalmente ad aerei di combattimento, navi da guerra e veicoli corazzati, sono riportate in modo frammentario, mentre quelle indirette legate alle catene di fornitura (Scope 3) risultano in gran parte invisibili.
Uno studio citato nel rapporto mostra che per il settore civile dei trasporti le emissioni lungo la supply chain possono essere fino a 9 volte superiori a quelle dirette. Applicato al comparto militare, questo implica che i dati ufficiali sottostimino in modo sostanziale l’impronta reale.
E l’effetto non si limita al conto delle emissioni. Un’analisi dell’economista Marko (2024) dimostra che un incremento della spesa militare riduce del 10-25% i brevetti in tecnologie per la mitigazione climatica, segnalando un fenomeno di «crowding out»: le risorse destinate all’innovazione verde vengono assorbite da ricerca e produzione militare.
Nel 2019 le emissioni militari globali erano già stimate al 5,5% delle emissioni mondiali, più di aviazione civile e shipping messi insieme. Da allora, la spesa globale è aumentata, raggiungendo i 2,72 trilioni di dollari nel 2024.
Il budget militare di Israele è salito a 46,5 miliardi di dollari nel 2024, quello del Pentagono è destinato a toccare 1.000 miliardi di dollari nel 2026 e l’Europa si è impegnata nel piano da 800 miliardi ReArm Europe. Uno scenario che sosterrà una rapida crescita dell’impronta carbonica del settore della difesa.
L’impatto sugli obiettivi europei è evidente. Per rispettare il Green Deal, l’Unione deve ridurre le emissioni di circa 134 milioni di tonnellate di CO2 all’anno fino al 2030. Ma un aumento delle spese militari, sottolinea il rapporto, rischia di vanificare parte consistente di questo sforzo.
Gli autori del report raccomandano che tutti i Paesi con spese per la difesa superiori allo 0,5% del pil siano obbligati a rendicontare annualmente le proprie emissioni militari all’Onu, stimare quelle da conflitti armati e mettere in campo piani per la decarbonizzazione, inclusi accordi di pace, controllo degli armamenti e iniziative di disarmo.
«È estremamente difficile conciliare gli aumenti di spesa militare con le azioni trasformative necessarie per evitare un cambiamento climatico pericoloso», afferma Stuart Parkinson, autore del report, «ma è anche estremamente necessario». (riproduzione riservata)