L’idea di un Airbus italiano della difesa nasce lontano dai riflettori, in una calda giornata di agosto, quando a Palazzo Chigi si sono ritrovati, senza comunicati né fotografie ufficiali, i vertici delle più grandi partecipate pubbliche.
Tutti convocati dalla premier Giorgia Meloni: Roberto Cingolani per Leonardo, Pierroberto Folgiero per Fincantieri, Dario Scannapieco per Cassa Depositi e Prestiti, Bernardo Mattarella per Invitalia e Stefano Donnarumma per Ferrovie dello Stato.
Con loro il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il vicepremier Antonio Tajani. Sul tavolo 14 miliardi di fondi europei da cui partire. E gli elenchi delle società: tra contratti, iniziative e problemi annessi e connessi al New War Deal.
L’agenda, ufficialmente, si riaprirà a settembre. Nel mese, raccontano a MF-Milano Finanza, si svolgeranno i bilaterali propedeutici alla convocazione di un nuovo tavolo a Chigi. Si proseguirà comunque seguendo la tabella di marcia con la messa in piedi di una task force, una cabina di regia politica e tecnica, e la definizione dei compiti per ciascun protagonista industriale.
Da Leonardo ci si aspetta il know-how nei sistemi di difesa, nell’aerospazio e nelle tecnologie elettroniche avanzate, da Fincantieri l’esperienza maturata nella cantieristica navale militare, da Fs la competenza nella logistica e nella gestione delle reti complesse. Invitalia, in qualità di agenzia nazionale per lo sviluppo, potrebbe facilitare l’accesso a fondi pubblici, infine Cassa Depositi e Prestiti gestirebbe la leva finanziaria necessaria per sostenere investimenti di lungo periodo e infrastrutture strategiche.
E mentre agosto passa, nelle stanze più riservate di Palazzo Baracchini il ministro Crosetto lavora lontano dai riflettori per costruire il polo della difesa italiano. Si studiano già, con i tecnici, le possibili linee di comando e le aree in cui ogni azienda potrà esprimere il massimo delle proprie capacità. E intanto si guarda oltre, fuori dai confini nazionali.
Sono tempi complessi, in cui i grandi leader decidono le sorti di guerre e persone, lontani dalle guerre e dalle persone. Tutto è in continuo movimento, anche nel Vecchio Continente. Secondo un’analisi del Financial Times, i cantieri legati alla produzione di armamenti in Europa sono cresciuti a un ritmo tre volte superiore rispetto al periodo pre-invasione russa dell’Ucraina, con oltre sette milioni di metri quadrati di nuove infrastrutture attualmente in costruzione. Osservando attraverso la rete satellitare 150 siti industriali di 37 aziende associate alla produzione di munizioni e missili è emerso che un terzo degli impianti mostra segni evidenti di lavori in corso.
Ma non è solo questione di massa industriale: il cambiamento alimenta anche la spinta interna verso una spending review intelligente, non restrittiva. Il Piano analisi e valutazione della spesa 2025–2027, varato dal Ministero della difesa, mira a razionalizzare la spesa ordinaria, liberando margini di manovra da dedicare ai programmi strategici. Si lavora su più fronti: dalla centralizzazione degli acquisti alla digitalizzazione delle procedure, dalla gestione centralizzata delle buste paga, alla riqualificazione green del parco logistica. Il risultato atteso? Tempi più rapidi, costi ridotti, meno sprechi e maggiore trasparenza amministrativa.
Nel documento si delinea un percorso in tre atti, la cui cabina di regia è affidata all’Ufficio Centrale del Bilancio e degli Affari Finanziari, con lo Stato Maggiore della Difesa come responsabile dei progetti e un gruppo di lavoro che riunisce le principali articolazioni del dicastero. Il primo anno il lavoro si concentra su un’area di spesa da circa 540 milioni di euro, che comprende ristorazione, manutenzioni, equipaggiamenti, servizi informatici e telecomunicazioni. L’obiettivo è razionalizzare e centralizzare le procedure di acquisizione per ridurre economie e residui di bilancio, migliorare l’indice di tempestività dei pagamenti e abbattere i debiti commerciali.
Nel 2026 l’attenzione si sposta sulla funzione stipendiale, con l’accentramento progressivo presso il Centro Unico Stipendiale Interforze (Cusi). Il progetto, avviato nel 2023, prevede il completo trasferimento delle competenze entro il 2027, con un potenziale risparmio di personale addetto alla funzione fino al 30% delle attuali 1.200 unità. A regime, il Cusi gestirà le partite stipendiali di circa 161 mila amministrati. L’ultimo anno, invece, sarà dedicato alla valutazione della riqualificazione energetica del parco veicoli commerciali della Difesa, anche attraverso l’introduzione di mezzi elettrici e ibridi, per ridurre costi e migliorare la sostenibilità ambientale.
Non è difficile capire perché il consorzio e la spending review non sono percorsi separati, ma due facce di una stessa moneta. Uno rafforza la struttura industriale per attrarre e gestire i fondi europei, l’altro rende la spesa interna più efficiente e credibile agli occhi di Bruxelles e dei partner europei. Ed è talmente necessario far tutto subito che il «cantiere del decennio» è stato aperto in pieno agosto.
Ma è solo l’inizio. Concretizzare un progetto che tenga insieme realtà diverse richiede abilità politica e diplomatica; snellire una burocrazia consolidata richiede determinazione. Però la storia insegna che quando gli italiani hanno fatto da soli, pur senza un soldo, hanno fatto bene. (riproduzione riservata)