Le pedine hanno iniziato a muoversi con grande velocità nello scacchiere dell’investment banking globale. L’ultima novità in ordine di tempo è arrivata da Lazard. Nei giorni scorsi è emerso che la storica banca d’affari franco-americana sarebbe finita nel mirino del fondo sovrano di Abu Dhabi.
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Dopo 175 anni di storia l’indipendenza della merchant bank avrebbe potuto essere messa in discussione nell’ambito di un deal fortemente voluto dallo sceicco Tahnoon bin Zayed al-Nahyan, presidente del fondo e potente consigliere per la sicurezza nazionale dell’emirato. Per ora le trattative si sono interrotte e Abu Dhabi dovrà rivolgere l’attenzione verso altre prede per affermarsi nella finanza occidentale. Ma per Lazard il periodo resta uno dei più delicati della storia recente.
Esattamente un anno fa scompariva lo storico ex presidente Michel David-Weill, il successore di André Meyer che aveva riunito i diversi rami di Lazard. Si è così aperta una fase di cambiamenti, prima con il riassetto e il cambio della guardia al vertice della società di investimento Eurazeo, e poi con il passaggio di testimone tra Ken Jacobs e Peter Orszag al vertice della banca. Ma non c’è solo la governance. Come le altre merchant bank in questi mesi Lazard sta risentendo della contrazione del volume di affari e, dopo la perdita incassata nel primo trimestre, ha dichiarato che ridurrà la forza lavoro del 10%. Qualche analista suggerisce peraltro che Abu Dhabi abbia voluto approfittare di questa fase di appannamento per farsi avanti con le proposta di matrimonio.
La dinastia ha appena annunciato che lascerà la borsa di Parigi dopo 185 anni. Una mossa fortemente voluta dal 42enne Alexandre de Rothschild, esponente della settima generazione e succeduto cinque anni fa al padre, David de Rothschild. Il delisting porterà all’ingresso nel capitale della merchant di nuovi soci blasonati tra cui Peugeot Invest e Mousse Partners, rispettivamente veicoli delle famiglie Peugeot e Wertheimer, proprietaria di Chanel.
Si rafforzeranno anche gli attuali soci come il gruppo Dassault, storica dinastia industriale d’Oltralpe che spazia dalla difesa al software e dall’editoria all’immobiliare, e l’imprenditore italiano Giammaria Giuliani dell’omonimo gruppo farmaceutico. Secondo gli analisti l’addio alla borsa presenta vantaggi e svantaggi e solo nei prossimi si vedrà se i primi prevarranno su i secondi. Se da un lato il delisting consentirà agli azionisti storici di mantenere la presa sull’istituto, dall’altro lato c’è il rischio che una banca non quotata abbia meno appeal sui professionisti di Wall Street e della City.
I cambiamenti di governance cadono in un periodo di flessione per l’investment banking globale. Solo tra i colossi statunitensi i tagli di posti di lavoro quest'anno potrebbero superare le 11 mila unità. L’ultima a muoversi in ordine di tempo è stata Citigroup che ha annunciato agli investitori 5.000 licenziamenti entro la fine del secondo trimestre, principalmente nell'investment banking e nel trading. Tagli analoghi hanno già colpito migliaia di banchieri di Goldman Sachs e Morgan Stanley.
Le ragioni sono congiuturali. Secondo Refinitiv, nei primi nove mesi del 2022 le fee dell’investment banker globale sono precipitate del 32% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno a 83,1 miliardi di dollari. Solo tra il secondo e il terzo trimestre lo scivolone è stato del 16%, la peggiore performance dal periodo ottobre/dicembre del 2016. Quanto alle singole aree, sempre secondo Refinitiv, nei nove mesi le commissioni da equity underwriting sono scese del 67%, mentre le attività di m&a sono calate del 19%. Dove invece i ricavi sono saliti è nell'area del reddito fisso, dove la svolta delle banche centrali ha sinora consentito alle investment bank di portare a casa numeri in crescita.
In Europa il mercato è stato penalizzato anche dalla crisi di Credit Suisse. A poche settimane dal completamento dell’acquisizione della banca svizzera arrivata a marzo sull’orlo del tracollo, Ubs potrebbe avviare il ridimensionamento delle attività di investment banking. Proprio in questa divisione infatti, che rappresentava il gioiello della corona di Credit Suisse, potrebbe concentrarsi l’azione di efficientamento avviata dal ceo Sergio Ermotti. Molti banker hanno peraltro già dato le dimissioni, sguarnendo molte aree strategiche dell’istituto. Basti pensare che ad aprile il responsabile dell’investment banking Dragi Ristevski (arrivato nel 2021 da Citi) se n’è andato per unirsi al fondo di private equity Macquarie Capital, mentre il responsabile delle attività di m&a Steve Geller è entrato in Santander.
Ci sono cambiamenti in vista anche per le merchant bank italiane? Sotto la lente del mercato in questi mesi c’è soprattutto Mediobanca. A ottobre l’assemblea di piazzetta Cuccia sarà chiamata a nominare il nuovo cda. Per ora le carte dei grandi soci (a partire dagli eredi di Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone) rimangono coperte ma il mercato si aspetta sorprese. Non solo perché l’azionariato resta in evoluzione (con Caltagirone salito oltre il 9,9%), ma anche perché il livello di attenzione della maggioranza di governo è alto come dimostra il confronto in atto su una norma che regolamenti le liste del cda. (riproduzione riservata)