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Cina, non solo ChemChina-Sinochem. Ecco quali sono le 60 società del Dragone nella black-list del Pentagono

09 giugno 2023, 22:00 Ultimo aggiornamento: 22:26

Sono 60 in tutto i gruppi del Dragone che, secondo l’amministrazione Trump prima e Biden poi, sono sospettati di essere legati direttamente o indirettamente -in ambito civile- all’esercito della Repubblica Popolare Cinese. L’investimento in questi e nelle controllate è off-limits per le società americane. Ecco le 60 «chinese military companies» | Pirelli, 2 settimane per decidere

Non c’è solo ChemChina, ora nel gruppo Sinochem, primo azionista di Pirelli, nella black-list del Pentagono sulle società del Dragone sospettate di essere legate direttamente o indirettamente -in ambito civile- all’esercito della Repubblica Popolare Cinese. Sono 60 in tutto i gruppi che, secondo l’amministrazione Trump prima e Biden poi, sostengono gli obiettivi di modernizzazione delle forze armate di Pechino e dunque sono considerati dal Dipartimento della Difesa americana una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Per questo Washington ha messo in atto una serie di restrizioni nel mercato a stelle e strisce.

La lista del Pentagono sulle «chinese military companies»

La lista, aggiornata più volte fra il 2020 e il 2022, è lunga e contiene principalmente aziende partecipate per intero o controllate dallo Stato cinese e con presunti legami con i settori della tecnologia di difesa o della sorveglianza. Si va dalle più note China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) -colosso petrolifero pubblico- e Huawei, alle più sconosciute Thejiang Dahua Technology o Inner Mongolia First Machinery Group.

Nella lista di proscrizione ci sono Dji Technologies, il più grande costruttore mondiale di droni commerciali, con sede a Shenzhen, Bgi Genomics, la prima azienda cinese della genomica e il big delle infrastrutture China State Construction Group. Ancora, nel mirino del Pentagono sono finite la società di soluzioni per la videosorveglianza Hangzhou Hikvision e gli operatori telefonici China Mobile Communications (possiede la più grande società di telefonia mobile del Dragone), China Telecommunications Corp e China Unicom.

Ci sono poi il produttore di semiconduttori Smic, chiave di volta della strategia di Pechino per rilanciare il settore nazionale dei chip, China Aerospace Science and Technology Corporation, i cui droni armati sono venduti, tra gli altri, ad Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, China General Nuclear Power Group, colosso pubblico per lo sviluppo nucleare del Dragone e Inspur Group, conglomerato dell’information technology quotato alla borsa di Shanghai attivo anche nell’intelligenza artificiale.

Oltre al caso Pirelli-Sinochem finito sotto esame al comitato per il Golden Power di Palazzo Chigi, ci sono poi diverse aziende che hanno legami con l’Italia, la maggior parte dei quali rafforzati dalla firma, nel marzo del 2019, del memorandum sulla Via della Seta. Tra queste, il colosso della cantieristica China State Shipbuilding Corporation che ha siglato nel 2019 un accordo di collaborazione con l’italiana Rina, leader mondiale nella classificazione dei traghetti, e con Fincantieri. China Railway Rolling Corporation (Crrc), leader mondiale nella produzione di treni e materiale rotabili, che sempre nel 2019 ha fatto della piemontese Blue Engineering il proprio centro di ricerca in Italia e China Construction Communications Company (Cccc).

Il divieto per le società americane ad investire nei gruppi cinesi della black-list 

A inizio aprile di quest’anno, il primo costruttore di ponti al mondo ha fatto sapere di essere interessato alla riapertura dei lavori per l’infrastruttura sullo Stretto di Messina. Seguendo il principio che capitali americani non devono finanziare la militarizzazione cinese, la Casa Bianca ha vietato in primis alle aziende statunitensi di investire nelle 60 società del Dragone finite nella lista nera del Pentagono. Sui mercati finanziari, significa che nemmeno i big di Wall Street BlackRock, Vanguard, State Street possono comprare azioni delle varie Huawei, Cnooc o Sinochem o di società da loro controllate.

Oltre a vedersi limitare la piena operatività sul mercato americano, è proprio quello che teme Pirelli con l’adozione del nuovo patto di sindacato siglato con i cinesi e sospeso in attesa della fine dell’istruttoria di Palazzo Chigi. Essere scaricata dai portafogli dei grandi investitori a stelle e strisce. (riproduzione riservata)



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