Le borse cinesi cercano il grande rimbalzo, martedì 1 novembre, dopo il selloff di una settimana fa, complice la speranza che negli Usa la Fed inizi a dare cenni di aumenti dei tassi meno aggressivi e il ritorno sulla scena mondiale del centro finanziario di Hong Kong. A questo si aggiunga la pubblicazione di post in Cina sui social media secondo cui il governo sta dando vita ad un comitato per la riapertura dei confini del Paese a marzo 2023 dopo il lungo isolamento da lockdown e il fatto che l'indice delle blue-chip cinesi, il CSI300, ha toccato lunedì il minimo degli ultimi 3 anni e mezzo.
Alle ore 8:00 italiane il Nikkei sale dello 0,3%, l'Hang Seng del 5,9% (ha toccato il massimo del +6,4%), Shanghai del 2,6%. L'oro sale dello 0,4% a 1.647 dollari l'oncia, il petrolio Wti americano guadagna a sua volta l'1,4% a 87,7 dollari il barile. Il dollaro cede il passo, l'euro guadagna lo 0,38% a 0,9921, lo yen lo 0,7% a 147, 64, la sterlina lo 0,5% a 1,1521, mentre il T bond Usa decennale vede il rendimento scendere dal 4,05% di inizio sessione al 4% e i futures sul Nasdaq sono ben impostati (+0,7%).
In attesa della riapertura dei confini cinesi, alcuni dei più grandi nomi di Wall Street si stanno recando a Hong Kong nel loro primo viaggio dall'inizio della pandemia, sfidando le critiche dei legislatori statunitensi. David Solomon di Goldman Sachs, James Gorman di Morgan Stanley e Rob Kapito di Blackrock saranno tra i circa 200 partecipanti al Global Financial Leaders' Investment Summit, che inizia martedì. L'evento, ospitato dall'Autorità monetaria di Hong Kong, è stato pensato per dimostrare che la città è tornata in attività dopo anni di isolamento dal Covid. L'economia di Hong Kong ha registrato il suo peggior trimestre in oltre due anni, con il Pil in calo del 4,5% nel periodo luglio-settembre rispetto all'anno precedente.
Il Caixin China General Manufacturing Pmi si è attestato a 49,2 ad ottobre, recuperando dal valore minimo degli ultimi 4 mesi registrato a settembre di 48,1 e confrontato con le stime di mercato di 49. Tuttavia, la lettura indica il terzo mese consecutivo di calo nel settore manifatturiero a causa dall'impatto dei lockdown imposti per il Covid in molte megalopoli del Paese. Sia la produzione che i nuovi ordini sono diminuiti a ritmi più contenuti, mentre il sentiment è salito dal minimo di 34 mesi registrato a settembre.
La Reserve Bank of Australia ha aumentato i tassi di 25 punti base al valore del 2,85% durante la riunione di novembre 2022, in linea con le previsioni di mercato. La mossa ha segnato il settimo aumento consecutivo del costo del denaro, portando gli oneri finanziari a un livello che non si vedeva da aprile 2013, con il board che ha menzionato che saranno necessari ulteriori aumenti poiché l'inflazione in Australia è troppo alta.
Il comitato ha aggiunto che quest'anno l'inflazione ha raggiunto un picco di circa l'8%, rispetto alle precedenti previsioni del 7,75%. L'inflazione è prevista intorno al 4,75% nel 2023 e leggermente superiore al 3% nel 2024. Il consiglio della Banca centrale australiana ha ribadito di essere rimasto risoluto nel suo impegno a portare l'inflazione ai livelli target e farà il necessario per raggiungerlo. L'entità e la tempistica degli aumenti saranno determinati dai dati via via pubblicati. (riproduzione riservata)