
La brusca riduzione degli impieghi bancari è oggi una delle principali incognite per l’economia italiana. Nell’ultimo anno i cinque maggiori gruppi quotati hanno visto scendere i crediti verso clientela di oltre 70 miliardi e il trend potrebbe continuare anche nei prossimi trimestri.
A pesare sulle scelte degli istituti sono da un lato la contrazione della domanda dovuta a una maggiore onerosità del debito e dall’altro lato un’offerta più selettiva giustificata dalla maggiore avversione al rischio.
Il credit crunch però non è un fenomeno generalizzato. C’è una categoria di banche che nell’ultimo anno non solo non ha ridotto i finanziamenti all’economia reale ma li ha persino incrementati. Si tratta degli istituti specializzati, una nicchia in crescita che in questa delicata fase di mercato può diventare un punto di riferimento per le piccole e medie imprese.
I numeri al 30 settembre scorso parlano chiaro: rispetto al livello di 12 mesi prima Banca Ifis ha aumentato i crediti verso clientela del +2,52%, Banca Sistema del 6,5%, Illimity del +27,5%, Banca Progetto del +35%, Banca CF+ del +22% e Aidexa del +121%. Va detto che alcune realtà, come la Aidexa di Roberto Nicastro, hanno pochissimi anni di vita e stanno ancora beneficiando dei volumi di crescita di una start up.
In generale però l’andamento in forte controtendenza sul fronte del credito è riconducibile a modelli di business che oggi si differenziano profondamente da quelli degli intermediari tradizionali. «Si tratta di banche che sono spesso specializzate su singoli prodotti o linee di business che hanno un angolo tecnologico molto sviluppato ed attenzione particolare alla customer experience. In Italia, in particolare, il focus è spesso sulle pmi e sull’attività specialistica di erogazione del credito», spiega a MF-Milano Finanza Pier Paolo Masenza, financial services strategy & value creation leader di PwC Italia.
L’affermazione di questi operatori è comunque iniziata molto prima della stretta di Bce. Secondo un report realizzato da PwC e Banca CF+, nei dieci anni che hanno preceduto la pandemia il credito bancario alle pmi italiane (che rappresenta il 20% degli impieghi complessivi alle aziende non finanziarie) si è ridotto di circa 40 miliardi, passando dai 210 miliardi del 2010 ai 171 miliardi del 2019 e registrando così una contrazione del 20%.
La caduta è stata graduale ma costante e solo nel 2020 si è registrata una significativa inversione di tendenza, dovuta sostanzialmente alle misure di sostegno messe in campo per contrastare l’effetto del Covid. Le cause? Indubbiamente le fasi recessive hanno inciso sulla domanda di credito, per via della riduzione degli investimenti.
Un ulteriore elemento di criticità è stato la stretta regolamentare imposta dalla Vigilanza Unica negli anni scorsi. Finanziare imprese con rating bassi è diventato molto oneroso per le banche tradizionali che hanno oggi maggiore convenienza a fare credito alle realtà più sicure, trascurando le altre.
Certamente però non si è ridotto il numero dei potenziali beneficiari del credito bancario. Sempre secondo il report di PwC, al calo degli impieghi ha fatto fronte una crescita sostenuta sia del numero che dei ricavi delle pmi. Questi ultimi sono passati dai 901 miliardi del 2012 ai 952 miliardi del 2019 (cifra che sale a 1.116 miliardi, includendo anche le mid cap), a dimostrazione dell’espansione registrata nell’ultimo decennio.
Le banche specializzate sono partite proprio da qui, sfruttando la tecnologia, l’assenza di legacy e un maggiore appetito per il rischio (come dimostra una densità media delle rwa superiore a quelle degli intermediari tradizionali) per arrivare dove i competitor tradizionali non si spingono più. I risultati ottenuti sinora sono di rilievo: «nell’ultimo anno,?????? anche grazie al rialzo dei tassi, il comparto ha ottenuto risultati brillanti con roe in molti casi superiore al 15%», ricorda Masenza.
Se alcuni tratti distintivi li accomunano questi istituti, talvolta chiamati anche challenger bank in analogia con le banche digitali nate in Gran Bretagna, hanno modelli di business molto diversi. Banca Ifis per esempio è attiva nel factoring, nell’advisory ed equity investment, nella finanza strutturata e nei finanziamenti a medio e lungo termine. Banca Sistema (la ex Banca Sintesi guidata oggi da Gianluca Garbi) è concentrata soprattutto sull'acquisto di crediti commerciali in essere presso le pubbliche amministrazioni. La strategia della Illimity di Corrado Passera è sempre più focalizzata sui servizi legati al credito vivo (bonis e utp), spaziando dal distressed al growth credit.
Finora questi modelli si sono rivelati sostenibili, ma per gli esperti ci sono alcuni elementi da monitorare. «L'attuale contesto di mercato non è privo di insidie», spiega Masenza. «Da un lato, il rallentamento della domanda di credito da parte di famiglie e imprese e, dall'altro, la crescita del costo del funding in un contesto in cui le challenger bank non godono delle stesse condizioni del sistema bancario tradizionale. Queste minacce potranno richiedere interventi anche a modelli di business fino ad oggi vincenti», conclude Masenza. (riproduzione riservata)