Sabino Cassese è un intellettuale di grande vaglia. L’esordio può sorprendere. Non è forse innanzitutto un eminente giurista? Certo, ma la cifra della autobiografia intellettuale, licenziata alla bella età di 90 anni, è proprio questa: il titolo lo esplicita in modo inequivocabile: Varcare le frontiere. Una autobiografia intellettuale (Mondadori, 2024).
Occorreva un bel coraggio e una straordinaria duttilità culturale per varcarle. Chi non ha familiarità con la giurisprudenza deve sapere che siamo l’unico Paese al mondo che prevede 17 settori disciplinari, ciascuno con il suo concorsi e con i suoi baroni che osteggiano qualsiasi intrusione nel loro territorio, vigilato gelosamente.
In Francia, per fare un solo esempio, i settori disciplinari sono solo tre. Ma Cassese non si è curato di questo provincialismo nostrano e ha mostrato i suoi talenti non solo nel diritto amministrativo, sua disciplina di origine, ma anche nella storia, nella comparazione, nella teoria generale e nella sociologia. Un intellettuale a tutto tondo quale erano i giuristi europei, soprattutto quelli tedeschi, fino agli anni ‘60.
Quando nel 1990 mi recai in Francia per affrontare un tema che metteva in soggezione per il legame con il cuore dell’ordinamento d’oltralpe e perché era stato affrontato nientemeno che da Alexis de Tocqueville, la storia dell’accentramento amministrativo, il mio maestro Paolo Grossi - altro peso massimo della scienza giuridica - mi spedì da Cassese con una strana avvertenza: «ascoltalo con attenzione, ma ti prego: non farti influenzare».
Quando sono entrato nello studio del professore ho capito subito il perché dell’avvertimento. In cinque minuti Cassese mi intimò di recarmi negli archivi, come aveva fatto Tocqueville, di cui mostrò una stupefacente conoscenza delle opere. E per farmi capire che non scherzava, mi indirizzò subito da un grande storico britannico, Vincent Wright, che di archivi francesi ne sapeva moltissimo.
Tra le frontiere che ha varcato Cassese ce n’è una che avrebbe indotto facilmente alla corruzione molti intellettuali: quella con il potere, da cui il professore era affascinato e da cui è stato generosamente ricambiato. Senza perdere però la verginità.
Con tutta naturalezza è entrato a fare parte della classe dirigente necessaria del Paese - lo dico con malizia - che rivendica il diritto di impartire la rotta all’indisciplinata democrazia italiana. Si avverte un vago sentore di oligarchia, peccato veniale perché condiviso dalle élite di mezzo Occidente turbate di fronte alle sgradite sorprese che riserva loro la sovranità popolare.
Non sorprende che abbia abbracciato con zelo troppo militante la causa dell’integrazione europea e quella della global law, salvo correggere la rotta quando ha avvertito che il vento era cambiato. Scrive infatti un libro sulle frontiere, non intellettuali, ma quelle vere e proprie, lungo le quali si è tornati a morire come 100 anni fa, con buona pace del cosmopolitismo liberale.
Una personalità così forte lasca allievi, non delfini: sono pochi quelli che hanno l’ardire di attraversare le porte del pantheon con le loro gambe, senza attendere che altri vi provvedano. Un tocco di narcisismo, riscattato dalla testimonianza intellettuale che lascia a tutti, attestazione di un’università che non esiste più. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze