Israele ha attaccato i siti nucleari iraniani e il prezzo del Brent ha reagito con un rialzo di oltre il 10% (top del futures sul Wti a 77,5 dollari al barile e top del futures sul Brent a 78,5 dollari al barile). Già il 12 giugno i timori di un’escalation in Medio Oriente hanno fatto salire il prezzo del Brent, iniziando a incorporare un premio al rischio geopolitico e la possibilità di minori volumi di produzione dall’Iran.
Teheran ha risposto lanciando droni d'attacco, acuendo le tensioni che da tempo serpeggiano tra le due nazioni. «Questa situazione potrebbe potenzialmente sfociare in una guerra su larga scala, con conseguenze imprevedibili per la regione del Golfo», avverte Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades. «Un simile sviluppo sarebbe fonte di grande preoccupazione per chi commercia petrolio. Un conflitto nel Golfo potrebbe interrompere il traffico attraverso una delle principali rotte di navigazione del mondo e interrompere le forniture di greggio da una regione responsabile di circa un quarto della produzione globale».
In questo contesto di tensione, gli operatori resteranno probabilmente all'erta, con un aumento della volatilità «e la possibilità di ulteriori aumenti dei prezzi nei prossimi giorni», prevede Evangelista. L’Iran ha prodotto a maggio 3,36 milioni di barili al giorno, di cui circa la metà esportata, ovvero poco più del 3% della produzione globale. Nel periodo pre-pandemia aveva raggiunto un picco produttivo a 3,8 milioni di barili al giorno (2017-2018), sceso a una media di 2,4 milioni di barili al giorno nel corso del 2019 per le sanzioni Usa della prima amministrazione Trump nei confronti del Paese.
«È la prima volta che Israele colpisce un sito nucleare iraniano», commenta anche Mediobanca Research. «L’attacco rappresenta un’escalation significativa del conflitto tra Iran e Israele, entrato in una nuova fase nel 2024, quando i due Paesi hanno iniziato a scambiarsi attacchi diretti. Finora, le infrastrutture petrolifere non risultano compromesse. Tuttavia, i prezzi del petrolio sono aumentati del 12%, raggiungendo i 78 dollari al barile, il livello più alto da aprile 2025, a causa dei timori che un’ulteriore escalation possa compromettere le forniture iraniane».
Il rischio di un conflitto amplio e prolungato con l’Iran (per ora gli Stati Uniti non sono coinvolti, Israele ha intrapreso un'azione unilaterale) riguarda l’eventuale scenario di blocco temporaneo dei transiti dallo Stretto di Hormuz da dove passano 21 milioni di barili al giorno di greggio, il 20% della produzione globale, sebbene 6-7 milioni di barili al giorno ridirezionabili via pipeline. Anche il 25% dei volumi globali di gas naturale liquefatto sarebbe a rischio di transito, spiega Equita.
Nel 2022, periodo dell’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, «calcoliamo che il prezzo del greggio aveva incorporato almeno 20-30 dollari al barile di premio al rischio geopolitico», fa presente la Sim. «Riteniamo che il prezzo del Brent incorpori al momento circa 10 dollari al barile di premio al rischio geopolitico, pari al rialzo degli ultimi due giorni». Per Saxo Markets il prezzo del petrolio potrebbe arrivare a 80 dollari se le tensioni in Medio Oriente si aggravassero, ma un aumento della produzione Opec+ potrebbe frenare i rialzi. Uno scenario estremo, come la chiusura dello Stretto di Hormuz o l’interruzione dei 2,1 milioni di barili al giorno esportati dall’Iran, potrebbe avere gravi conseguenze.
Al momento, comunque, i fondamentali di domanda e offerta restano sotto controllo grazie ai rialzi produttivi annunciati dall’Opec. I titoli preferiti da Mediobanca Research nel settore energetico sono Saipem, Repsol e Galp, tutte coperte con un rating outperform, quelli di Equita nei settori direttamente e indirettamente esposti al prezzo del Brent e del gas sono Eni e Tenaris. «La nostra ipotesi di Brent nel 2025 è al momento pari a 70 dollari al barile che implica un prezzo medio fino a fine anno di circa 68 dollari al barile», precisa la Sim, ricordando la sensibilità del colosso oil italiano guidato da Claudio Descalzi al prezzo del greggio: una variazione di +1 dollaro al barile del Brent comporta una variazione di +3% dell’utile netto.
Eni ha rivisto i suoi obiettivi per il 2025 dopo la pubblicazione dei risultati del primo trimestre: produzione a 1,7 milioni di barili al giorno, flusso di cassa operativo a 11 miliardi, capex sotto 6 miliardi, dividendo di 1,05 euro per azione e buyback da 1,5 miliardi. Tutti obiettivi, ricorda Banca Akros, che si basano sul seguente scenario: Brent a 65 dollari al barile e cambio euro/dollaro a 1,1 contro 1,1533 attuali. Ogni aumento di un dollaro del prezzo del Brent, calcola la banca d’affari, equivale a 0,18 miliardi di euro di ebit adjusted in più e a 0,14 miliardi in più sia a livello di utile netto adjusted sia di flusso di cassa operativo.
Quindi, gli attuali prezzi del petrolio, se mantenuti, sarebbero coerenti con una revisione al rialzo degli obiettivi di Eni, conclude Banca Akros, confermando il rating buy e il target price a 17 euro sull’azione (+1,53% a 14,07 euro in borsa). (riproduzione riservata)