Inizialmente il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, ha parlato di «D-Day economico». Il riferimento, più che allo storico sbarco degli alleati in Normandia nel 6 giugno del ‘44, è all’inizio di una grossa iniziativa capace di dare una svolta al confronto fra Usa e Iran. Tanto è che Bessent ha poi parlato di «asfissia economica» dell’Iran, e precisato che si tratta semmai più di un segnale preventivo che dia inizio a un periodo di «diplomazia silenziosa» tra le parti tramite altri paesi.
Non di meno si parla di sanzioni nei confronti di chiunque fornisca o faccia da facilitatore nei confronti dell’economia iraniana con una lista iniziale di 60 entità compresi singoli e specifiche aziende che permettono a Teheran di procurarsi fra l’altro anche tecnologia nucleare e missilistica. Le aziende citate nella lista hanno sede negli Emirati, a Hong Kong, in Cina, a Singapore, in India, Turchia, Svizzera, Francia, Grecia, Regno Unito e Isole Marshall.
E Bessent ha parlato di cinque settori specifici al centro della stretta, che si aggiunge all’embargo già esistente: quello dell’aviazione, del trasposto navale, degli asset digitali (ovvero dell’uso di criptovalute per evitare le sanzioni), e al settore dell’oro (usato come copertura per limitare il collasso dell’economia), e in genere al settore tecnologico.
I dettagli per ora si fermano qui, ma il segretario Usa al Tesoro ha anticipato che seguiranno altri annunci nei prossimi mesi e nelle prossime settimane, E ha precisato che sul piano operativo si parte con trattative private fra Usa e altri paesi per spingerli a tagliare i ponti con Teheran. Ovvero l’obiettivo è quello di far saltare tutti i meccanismi e i tramiti con cui ha superato ed aggirato l’embargo esistente.
L’obiettivo è quello di far crollare un’economia con un’inflazione al 66% a luglio e dove i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 128% in un anno. Ovvero isolare economicamente il paese, visto che sul piano militare la guerra nel Golfo ha ancora un esito incerto. Il tutto mentre gli Usa trattano ancora un accordo commerciale con uno dei due paesi confinanti come il Messico,
mentre con il Canada si è arrivati alla rottura delle trattative – e all’annuncio di dazi del 50% su acciaio, auto e componentistica provenienti dal Canada a partire da gennaio. A questi dazi Usa sono seguiti gli annunci di pari dazi Canadesi partire dall’8 settembre, e ora si ipotizza persino il blocco americano di alcune importazioni dal Canada.
Cina e Russia sono, in modo diverso, i due Paesi più esposti per i rapporti commerciali con l’Iran. E probabilmente quelli a meno rischio di eventuali azioni americane. Il motivo è semplice: le conseguenze di un intervento americano, al di là di un loro eventuale successo, potrebbero allargare il conflitto e i rischi di contromisure.
Sono anche partner commerciali americani di rilievo. Per questo l’obiettivo americano sono almeno ora altri, ovvero paesi che abbiano maggiore interesse a non mettere a rischio i loro rapporti con gli Usa o singole aziende e istituzioni finanziarie che non vogliano mettere a rischio i loro rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Gli esperti dicono quindi che i paesi del Golfo e alcuni di quelli dell’Asia Centrale sono quelli a maggior rischio.
«Le sanzioni per funzionare richiedono tempo, e gli Usa non sembrano averne», commenta un esperto, ricordando come Bessent abbia detto che gli Usa «non hanno una pazienza infinita».
Il nobel Joseph Stiglitz, invece, in una lettera al Financial Times è scettico del piano Bessent, prevede un altro fallimento americano su questo fronte, e ricorda che «Brasile, China e ora anche il Canada hanno resistito alle pressioni americane e non hanno ceduto» sui dazi.
E ricorda che «la Cina ha usato il suo controllo dei minerari rari per combattere contro le tariffe (illegali) di Trump» col risultato che il presidente americano ha ceduto e «un accordo più ragionevole è stato raggiunto» lo scorso ottobre. Qui però l’obiettivo sembra più essere singoli e singole aziende che, lavorando con l’Iran, metterebbero a rischio i loro paesi d’origine.
Da questo nascono altri quesiti, ad esempio sul fronte valutario. Queste nuove possibili sanzioni, che colpiranno le transazioni in dollari fra entità commerciali, spingeranno verso sistemi di pagamenti alternativi e a lasciare il sistema dollaro? Per molti la stretta commerciale agirà da acceleratore nell’uscita dal dollaro, visto che già ora diverse transazioni con l’Iran vengono effettuate usando altre valute o criptovalute.
La tesi è che l’obiettivo vero siano quelle banche del Golfo, ma anche in Malesia e nel Sud Est Asiatico, oltre che in Turchia, Pakistan e Asia Centrale che hanno facilitato l’evasione delle sanzioni esistenti, a volte facilitando il cambio merci (con l’Iran), e che non utilizzano dollari per queste transazioni.
Il Tesoro Usa, secondo questa logica, potrebbe designare alcune banche e persino alcuni paesi come «attivi nel riciclaggio» di merci e prodotti da e varo l’Iran. Nei giorni scorsi gli Emirati hanno annunciato l’interruzione di ogni rapporto commerciale con Teheran, e questo sembra segnalare che il paese colpirà anche chi al suo interno non rispetterà queste regole.
Resta il fatto che molti Paesi hanno una vulnerabilità legata al fatto che importano gas naturali dall’Iran, come la Turchia o l’Iraq, o la Cina per il petrolio. In assenza di fornitori alternativi, gli Usa potranno fornire delle garanzie per la stabilità economica di questi paesi? Per il piano asfissia mancano ancora dettagli cruciali. (riproduzione riservata)