I banchieri centrali dell’Eurozona sono pronti a discussioni intense nella riunione Bce del 12 dicembre. I rischi sull’inflazione sono in calo, mentre sono in aumento quelli sulla crescita. Le colombe vorrebbero perciò una significativa riduzione della stretta, anche in termini di comunicazione sulla politica monetaria dei prossimi mesi. I falchi invece si oppongono a un maxi-taglio dello 0,5% (invece che dello 0,25%) e a indicazioni prospettiche sui tassi (guidance).
L’ultimo dato di inflazione nell’Eurozona, quello di novembre, non ha cambiato il quadro generale. Il carovita è salito al 2,3%, dal 2% di ottobre, ma soltanto per effetti base legati ai prezzi dell’energia. Il valore è stato in linea con le attese di mercato, ma si è confermato al di sotto delle previsioni Bce che a settembre aveva previsto un’inflazione al 2,6% nel quarto trimestre 2024.
L’aumento dei prezzi così potrebbe tornare in modo duraturo al 2% a inizio 2025, come atteso dai mercati ma in anticipo rispetto alle proiezioni Bce (che a dicembre potrebbero così essere corrette al ribasso). È invece in crescita il rischio di undershooting, cioè di inflazione sotto il 2%, un problema analogo per Francoforte a quello di dati oltre la soglia. Le attese di mercato sul carovita a dieci anni sono scese per la prima volta sotto il 2% da luglio 2022.
Nel frattempo il quadro sulla crescita resta difficile nell’Eurozona. Gli indici Pmi sulla fiducia delle imprese segnalano una contrazione del pil, o al massimo una stagnazione, nel quarto trimestre dell’anno. Da fine 2022 l’economia europea è ferma, sostenuta solo dalla domanda estera, mentre quella interna ha dato da allora un contributo negativo al pil. Consumi e investimenti non sono ripartiti, al contrario di quanto atteso dalla Bce. La produzione industriale è in calo da due anni ed è ora sotto i livelli pre-pandemia. I governi dovranno ridurre l’anno prossimo deficit e spesa pubblica. L’Ue (soprattutto la Germania) si trova nel mezzo di una crisi di identità e deve cambiare il modello di crescita finora sbilanciato sulle esportazioni. Non è una scenario che fa presupporre una ripresa sostenuta nei prossimi mesi.
I dazi di Donald Trump potrebbero complicare la situazione economica. Non è escluso un ulteriore indebolimento dell’euro rispetto al dollaro, a maggior ragione se le politiche di Trump faranno aumentare crescita e inflazione negli Usa, spingendo la Fed a minori tagli dei tassi e a una divergenza rispetto alla Bce. Secondo le attese dei mercati, Francoforte ridurrà i tassi dell’1,5% l’anno prossimo, il doppio rispetto a quanto viene previsto da parte della Fed. Così l’euro si è deprezzato del 3% sul dollaro nell’ultimo mese, scendendo ai minimi da due anni. I tagli Bce potrebbero aumentare in caso di impatto dei dazi sull’economia. Resta comunque da verificare il margine di trattativa per l’Europa che potrebbe comprare più gas e armi Usa, come suggerito anche dalla presidente Bce Christine Lagarde, riducendo così i dazi di Trump.
La Bce si riunirà il 12 dicembre, prima dell’insediamento nella nuova amministrazione Usa. La prima decisione da prendere sarà quella di breve termine, legata cioè al taglio dei tassi immediato. In tal senso la maggioranza dei banchieri centrali sembra preferire una riduzione più graduale, cioè dello 0,25%, anche se viene riconosciuto che i maggiori rischi sono ora sulla crescita, non sull’inflazione. La partita per una sforbiciata dello 0,5% non è del tutto chiusa: il governatore francese François Villeroy de Galhau e il portoghese Mario Centeno hanno detto esplicitamente che l’opzione del maxi-taglio deve essere considerata.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha sottolineato che «condizioni monetarie restrittive non sono più necessarie» considerando la frenata economica e i rischi di undershooting. I tassi sono ora al 3,25%, mentre gli analisti di mercato ritengono che il livello neutrale, quello cioè che non comprime né stimola l’economia, sia attorno al 2%. Alcuni ritengono che sia ancora più in basso. Sulla base di questi dati, si può concludere che i tassi resteranno restrittivi ancora per mesi.
Il problema è che il tasso neutrale non può essere definito con precisione. Panetta e Villeroy ritengono che sia comunque inutile discuterne ora perché manca molto per raggiungere quel livello e perché la Bce potrebbe essere obbligata a scendere al di sotto del tasso neutrale (ipotizzato tra il 2 e il 2,5% da Villeroy). Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo Bce, ha sottolineato che «si può e si deve ridurre la restrizione monetaria».
Invece secondo Isabel Schnabel, falco tedesco del board Bce, i tagli dei tassi devono essere limitati perché il livello neutrale, da lei stimato tra il 2 e il 3%, non è lontano. Schnabel si differenzia dagli altri banchieri centrali anche perché non vede rischi di recessione e di undershooting. Inoltre il membro tedesco del board esclude che sia necessario abbassare i tassi sotto il livello neutrale: «Metterei in guardia dall’andare troppo in là, cioè in un territorio accomodante», ha detto aggiungendo che «non è appropriata» la convinzione dei mercati di tassi sotto il 2% l’anno prossimo.
Anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha ammonito contro una discesa troppo rapida dei tassi. Una posizione intermedia è quella del capoeconomista Bce Philip Lane che ha detto di preferire tagli graduali (quindi dello 0,25%) ma ha evidenziato il rischio di undershooting di inflazione se la politica monetaria sarà «troppo restrittiva per troppo tempo».
I mercati considerano già sicuro un taglio dello 0,25% e scommettono su una mossa dello 0,5% con una probabilità del 25%. Tra gli analisti, quelli di Jp Morgan puntano sulla sforbiciata doppia: «Anche se le dinamiche interne al consiglio direttivo possono a volte portare a risultati difficili da comprendere, i dati economici si sono mossi in un modo che rende impellente un taglio di 50 punti base già a dicembre», ha osservato la banca Usa ricordando «il forte calo dell’indice Pmi, il rallentamento dell’inflazione dei servizi, la probabilità di una persistente incertezza sui dazi e il punto di partenza di tassi restrittivi».
Più ancora dell’entità della riduzione di dicembre, conterà la direzione indicata dalla Bce per i prossimi mesi. Per Panetta la Bce dovrebbe dare «più indicazioni prospettiche (guidance) sull’evoluzione attesa della politica monetaria» e dovrebbe rimuovere l’impegno del consiglio direttivo a tassi «restrittivi per il tempo necessario» e a decisioni «riunione per riunione». In questo modo, secondo il governatore di Bankitalia, imprese e famiglie avrebbero più visibilità sui tassi e potrebbero sostenere di più domanda ed economia. Anche Villeroy si è detto a favore di una guidance «soft» visto che l’inflazione è tornata su livelli normali.
Invece per Lane «la comunicazione dovrebbe continuare ad astenersi dal fornire indicazioni sulla velocità e sull’entità dell’allentamento monetario». Ma soprattutto Schnabel si è opposta a forme di guidance («Non è tempo di legarci le mani») e vuole mantenere il riferimento a decisioni «riunione per riunione». I banchieri centrali europei sono pronti a confrontarsi il 12 dicembre anche sulla comunicazione Bce. (riproduzione riservata)