La regolamentazione finanziaria si muove come un pendolo. Dopo la crisi del 2007-2008 una grande quantità di norme è stata definita a livello internazionale ed europeo per controllare i rischi delle banche.
Da alcuni mesi però prevale l’orientamento opposto. L’attenzione delle autorità è diretta soprattutto alla riduzione e alla semplificazione delle normative. Un fattore decisivo è stato l’inizio dell’amministrazione Trump.
Ci sono però molti motivi per non seguire la nuova linea Usa. Le regole Ue, nonostante i limiti, hanno dato buona prova durante la crisi del 2023 di Credit Suisse e delle banche regionali americane.
In quella fase gli istituti di credito europei hanno retto bene. Nello stesso tempo anche in Europa è ormai diventato chiaro che occorre snellire il pacchetto regolamentare.
Tra direttive, regolamenti, standard tecnici e linee guida, la normativa si è stratificata al punto da risultare spesso difficile da interpretare e applicare, soprattutto per le banche di minori dimensioni.
L’evoluzione regolamentare ha rafforzato il settore ma ha anche generato un livello di complessità che può diventare un ostacolo all’efficienza e alla competitività rispetto agli altri istituti globali.
Riferimenti sul tema sono stati inclusi anche nei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta. La Commissione Ue presenterà un rapporto sul settore bancario nel 2026, in anticipo di due anni rispetto alle tempistiche iniziali.
Nel frattempo anche la Bce ha varato una task force con l’obiettivo di presentare raccomandazioni entro fine anno, prima al consiglio direttivo e poi ai legislatori Ue.
Il gruppo di alto livello sarà coordinato dal vicepresidente Bce Luis De Guindos e sarà composto da cinque governatori (Fabio Panetta, Joachim Nagel, François Villeroy de Galhau, Olli Rehn e Madis Muller) e da un rappresentante della Vigilanza Bce (Sharon Donnery).
Già prima della task force alcuni banchieri centrali (Panetta, Nagel e Villeroy con il governatore spagnolo Josè Luis Escriva) avevano chiesto alla Commissione Ue una semplificazione delle regole.
Come riportato nei giorni scorsi da MF-Milano Finanza, De Guindos ha incontrato il 3 settembre in una riunione a porte chiuse gli europarlamentari del Banking Union Working Group per un confronto sulla materia.
La task force Bce si occuperà di regolamentazione, reporting e supervisione, anche alla luce dello stop degli Stati Uniti agli ultimi standard di Basilea 3.
In questo quadro, anche la Banca d’Italia sta contribuendo al dibattito. «L’obiettivo non deve essere l’allentamento delle regole, ma il loro miglioramento», ha detto il governatore Fabio Panetta nelle ultime Considerazioni Finali.
«Occorre puntare sulla semplificazione, eliminando sovrapposizioni e ambiguità normative e diminuendo gli oneri amministrativi. Una regolamentazione più chiara e coerente ridurrebbe l’incertezza per gli operatori e renderebbe l’azione di supervisione più efficace e tempestiva», ha aggiunto.
Nei giorni scorsi un paper scritto da Francesco Cannata e Luca Serafini di Bankitalia ha messo sotto la lente in particolare la regolamentazione bancaria. Gli autori hanno suggerito interventi su due piani, ovvero a breve e medio termine.
Quanto al breve periodo, secondo Cannata e Serafini occorre innanzitutto una razionalizzazione dei 140 mandati attribuiti dalle regole Ue (Crr3 e Crd6) all’Eba, l’autorità bancaria europea. Per raggiungere l’obiettivo si dovrebbe dare la priorità ad alcune materie (come la definizione di default), mentre si potrebbero eliminare o accorpare i lavori negli ambiti meno utili o ridondanti.
Sempre nel breve termine, il paper di Bankitalia propone di semplificare le regole sul rischio di mercato, in particolare quelle relative ai modelli interni, che oggi sono a volte incoerenti e complessi in modo ingiustificato.
Anche nel campo delle cartolarizzazioni private si auspica uno snellimento degli obblighi informativi, a beneficio soprattutto degli operatori minori.
Un altro punto chiave è il rafforzamento del principio di proporzionalità. L’idea è di valutare una possibile estensione del regime semplificato per le cosiddette «banche piccole e non complesse» (Snci), rendendo le regole più aderenti alla realtà operativa di questi istituti.
Riguardo invece al medio periodo, lo studio propone di rivedere l’intero approccio legislativo dell’Unione, oggi caratterizzato da un eccesso di dettaglio tecnico che lascia poco spazio al giudizio dei supervisori.
Secondo Cannata e Serafini, è preferibile un approccio basato sui principi nel livello 1 della regolamentazione (quello dei regolamenti e delle direttive), mentre i dettagli tecnici dovrebbero essere affidati al livello 2 e 3 (che compete ad autorità come Eba, Esma ed Eiopa).
Così la normativa potrebbe adattarsi in modo più flessibile all’evoluzione del settore, concedendo margini di discrezionalità alla supervisione. Al contrario, una regolamentazione troppo dettagliata potrebbe dare un senso di «falsa precisione», mentre i rischi del settore finanziario non possono essere coperti integralmente con norme esatte.
Oggi i legislatori spesso si affidano al livello 2 e 3 perlopiù quando non viene trovato un accordo politico, ma questo elemento aggiunge duplicazioni alla normativa.
Per gli autori è necessaria poi una maggiore chiarezza nell’interazione tra i diversi requisiti patrimoniali (gli esperti parlano di «capital stack»). Le banche devono sottostare nello stesso tempo a regole micro e macroprudenziali, sulla leva e in materia di risoluzione, seguendo le indicazioni di differenti autorità. Per Cannata e Serafini c’è spazio per semplificare il quadro ragionando sulle finalità di ogni buffer di capitale.
Nel complesso i margini di miglioramento sono ampi, ma vanno considerati anche i rischi di una riduzione eccessiva, come è avvenuto secondo la Bce con il pacchetto Omnibus della Commissione Ue sui requisiti Esg. Trovare la giusta via di mezzo sarà il compito di legislatori e supervisori nei prossimi mesi. (riproduzione riservata)