Gli annunci in ambito green sono sempre più frequenti nelle informative delle banche europee. Sia perché il pressing della Vigilanza va nella direzione di una graduale transizione ecologica del settore, sia perché gli investitori istituzionali chiedono standard sempre più elevati in questo ambito.
Spesso però gli annunci sono decorrelati dalle strategie creditizie degli istituti che continuano a finanziare aziende inquinanti, senza favorire piani di riduzione delle emissioni. Lo spiega un recente working paper pubblicato da Bce a firma delle economiste Martina Jasova, Maria Loumioti, Mariassunta Giannetti e Caterina Mendicino.
La domanda che si pone la ricerca è se l’informativa delle banche in ambito green sia associata a politiche di finanziamento più ecologiche. La risposta è: no, gli istituti che sinora hanno posto maggiormente l’accento sulle proprie strategie ambientali e sui piani di decarbonizzazione hanno anche prestato di più alle aziende inquinanti senza imporre tassi di interesse più elevati o accorciare la scadenza del debito. Nel settore bancario europeo insomma il greenwashing è piuttosto diffuso.
«Le politiche di prestito delle banche con informative ambientali più articolate non sarebbero classificabili come greenwashing se gli istituti finanziassero la transizione ecologica dei mutuatari inquinanti. I nostri risultati, tuttavia, non supportano questa ipotesi. I debitori inquinanti che ottengono più prestiti non riducono le emissioni e non svolgono più attività di ricerca e sviluppo rispetto ai loro competitor», spiega il paper di Bce, che prosegue: «le banche ad alta trasparenza sul fronte ambientale sono meno propense a fornire prestiti alle imprese di recente costituzione che potrebbero essere più propense a investire in tecnologie innovative. Inoltre, non troviamo alcuna evidenza del fatto che questa tipologia di intermediari offra più finanziamenti alle aziende che si impegnano a raggiungere obiettivi di emissione aderendo a iniziative come la Science Based Target Initiative».
Questo comportamento, secondo il paper, si spiega con la riluttanza delle banche a interrompere rapporti di credito esclusivi e ormai consolidati. In casi del genere il rifiuto a concedere nuovi prestiti a fronte di standard ambientali più severi potrebbe avere conseguenze negative per l’istituto stesso, poiché il debitore rischierebbe di finire in stress finanziario.
Un approccio simile, secondo il paper, è quello che le banche hanno verso le aziende più fragili che, per la bassa redditività, non hanno la capacità operativa e finanziaria necessaria per sostenere la transizione ecologica. Anche in questi casi l’incentivo per l’intermediario va nella direzione di una conservazione del rapporto di credito senza inasprimenti.
«I nostri risultati suggeriscono chiaramente che il cosiddetto zombie lending (cioé il finanziamento di imprese in difficoltà, ndr) aiuta a spiegare il greenwashing. In definitiva, non ci sono incentivi sufficienti affinché le banche modifichino le loro politiche di prestito, soprattutto per quanto riguarda i rapporti esistenti. Questo – conclude l’analisi della Bce – evidenzia i limiti e le discrepanze tra gli annunci green delle banche e le loro effettive pratiche di prestito».
Considerazioni che fanno il paio con il pressing crescente della vigilanza sulle materie ambientali. Francoforte ha recentemente comunicato che le aspettative di supervisione sul clima dovranno essere rispettate dalle banche entro fine 2024, altrimenti ci sarà una «escalation» di misure, con ogni probabilità sanzioni. (riproduzione riservata)