Se il linguaggio del corpo e delle immagini hanno un senso, il prossimo Governatore della Banca d’Italia è probabile possa essere Fabio Panetta.
Nella grande sala rossa dove Ignazio Visco ha tenuto le sue ultime Considerazioni Finali, prima di terminare il mandato il prossimo autunno, le telecamere hanno indugiato un paio di volte sul primo piano del numero uno di Banca d’Italia che mentre leggeva veniva seguito con grande attenzione dall’attuale componente del board della Bce, seduto in prima fila vicino ai rappresentanti delle commissioni economiche, al senatore a vita Mario Monti e al presidente dell’Abi Antonio Patuelli.
La regia a palazzo Koch non è mai a caso, ma anche se le riprese possono essere frutto di una suggestione collettiva, è nei fatti e nella complessa procedura di designazione che si trovano altri indizi che potrebbero condurre all’identikit dell’economista che ha preferito dire no a Giorgia Meloni quando la premier gli offrì la poltrona di ministro dell’Economia andata poi a Giancarlo Giorgetti, conoscitore dei salotti buoni della finanza come delle dinamiche europee.
In primo luogo Panetta è l’uomo cui Mario Draghi ha affidato il compito – dopo la sua presidenza in Eurotower - di fronteggiare le intrusioni della Bundesbank, sempre presenti e ora più insistenti dal momento in cui è stata dichiarata la guerra all’alta inflazione da Christine Lagarde. Panetta, uomo solido, non ha mai mostrato soggezione verso l’atteggiamento un po’ padronale che l’asse franco-tedesco ha sempre avuto, dai tempi della crisi dei bond sovrani, nei confronti delle regole europee presenti e future.
Memorabile è il suo intervento presso l’ambasciata tedesca di Roma di qualche anno fa in cui, dopo uno speech di Jens Weidmann all’epoca presidente della Bundesbank, si alzò in piedi per ricordare a Berlino le sue responsabilità nella gestione della crisi delle banche greche e soprattutto (all’epoca Panetta era direttore generale della Banca d’Italia) la predisposizione della direttiva salva banche denominata bail in, una procedura che ancora ieri -col consueto tatto - è tornato a criticare anche Visco. Tale procedura non permette agli Stati di intervenire nei dissesti bancari né ai fondi di garanzia privati di sostenere le sorti di un istituto di credito in difficoltà, mentre negli Usa la Federal Deposit Insurance Corporation dal 1980 ha gestito la bellezza di 3.500 banche in dissesto.
Quel giorno in ambasciata ci mancò che scattasse un applauso per l’italiano che rivendicò la bontà della policy del suo istituto centrale, che appunto si battè contro tale ottusa procedura di salvataggio «dal di dentro di una banca», ma solo perché si giocava in trasferta sul suolo di Berlino. Anche per questo suo piglio, che di questi tempi si potrebbe definire sovranista o patriottico, Draghi lo ha sempre considerato e indicato come suo successore in Bce, apprezzandone la capacità di coniugare la tecnica con le esigenze della politica. Esattamente come l’ex Presidente del Consiglio.
Ma se uno non volesse seguire questa suggestione, che ovviamente dovrà concretizzarsi nei prossimi mesi con ben più solide realtà e altri concorrenti esterni e interni, come Luigi Federico Signorini, l’attuale direttore generale e presidente dell’Ivass, anch’egli autorevole economista e convinto europeista, si può analizzare come ha votato negli ultimi frangenti il Consiglio superiore della Banca d’Italia.
Per legge la nomina del governatore della Banca d’Italia avviene con Decreto del Presidente della Repubblica dopo un’indicazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del ministro dell’Economia e appunto il Consiglio Superiore di via Nazionale, un plenum laico della banca centrale espressione dei territori dove essa ha le sue sedi provinciali e presieduto dal Governatore.
Pur non avendo il potere di un parere vincolante sulla nomina del numero della banca centrale, il Consiglio Superiore con le sue decisioni incide profondamente sulla gerarchia di tutto l’istituto, compreso il Direttorio ad esclusione della carica più alta, dove invece incidono ben più profonde interlocuzioni.
Dunque su Panetta, come per Signorini e per gli altri componenti del board della Banca d’Italia (Alessandra Perrazzelli, Piero Cipollone, Paolo Angelini) i saggi di palazzo Koch si sono già espressi e se dunque da Giorgetti e da Meloni dovesse arrivare un nome precedentemente scrutinato dal Consiglio Superiore la strada potrebbe essere in discesa fino, ovviamente, all’atto finale del capo dello Stato Sergio Mattarella.
Laddove tutti questi tasselli dovessero andare al loro posto seguendo l’attuale inclinazione positiva degli ex governatori, del Consiglio Superiore e delle banche principali del paese nonché partecipanti al capitale di Bankitalia, come Intesa Sanpaolo di Carlo Messina e Unicredit di Andrea Orcel, spetterà al governo e dunque a Meloni con i leader della sua maggioranza, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi fare la propria scelta, di stretta intesa con il Presidente della Repubblica.
Proprio il Cavaliere è stato protagonista di un lungo tira e molla quando ci fu da sostituire Draghi, designato presidente della Bce; dal braccio di ferro su Fabrizio Saccomanni e Vittorio Grilli spuntò così la terza via di Ignazio Visco durante la presidenza al Colle di Giorgio Napolitano.
La contesa di allora si può ripetere oggi? Difficile dirlo, anche se è possibile. Panetta parte con un’incollatura di vantaggio da qui ad ottobre ma soltanto per mancanza di attuali concorrenti e per il suo feeling con Meloni. Egli potrà avere dalla sua anche il fatto che sempre in autunno la Bce deciderà se e come andare avanti nel progetto dell’euro digitale di cui l’economista romano è di fatto il curatore da tempo: il lavoro è compiuto.
Alle obiezioni secondo cui non è automatico che l’Italia possa indicare a Francoforte un suo nuovo rappresentante – diventando per Panetta un impedimento dal muoversi da lì per ragioni di convenienza politica - gli esperti replicano che la consuetudine nei Consigli europei spesso diventa legge nel decidere le figure apicali delle istituzioni comunitarie.
La corsa alla successione di Ignazio Visco, che termina il suo mandato con una summa enciclopedica di tutta la sua sapienza di economista e umanista («dobbiamo immaginare le cose collettivamente»), ha avuto inizio allo scandire degli applausi finali per le sue considerazioni.
Adesso, come accade sempre e come democrazia impone, a condurre il gioco saranno la premier e i suoi alleati con il suggello del capo dello Stato il quale ora più che mai, dopo tre anni di emergenza continua, farà valere il suo ruolo di massimo garante dell’unità nazionale. Anche e soprattutto in quelle scelte che non possono dividere. (riproduzione riservata)