Il successo dell’Afd in Sassonia-Anhalt va letto anche alla luce di uno smarrimento industriale che attraversa il Paese e rischia di avere conseguenze sull’intera Europa: è la lettura di Roberto Vavassori, presidente dell’Anfia (associazione nazionale filiera industria automobilistica) secondo cui la Germania ha perso due riferimenti fondamentali del suo modello economico, ovvero l’energia russa a basso costo e il mercato cinese.
«Parlando del land specifico Sassonia-Anhalt, non abbiamo impianti così significativi come in altre parti della Germania. Non posso quindi legare il risultato politico delle elezioni con la crisi dell’automotive», puntualizza Vavassori, ma a livello nazionale «il sentimento più diffuso è di smarrimento», con una crescente «mancanza di senso di direzione». I tedeschi «sono sempre stati abituati a essere in qualche modo la locomotiva d’Europa dal punto di vista industriale». Oggi quella locomotiva fatica.
Il primo colpo è arrivato sul fronte energetico. Il secondo dal rapporto con la Cina che, da grande mercato di sbocco per le auto tedesche, si è trasformata in un concorrente temibile: «In pochi anni si è rivoltata contro le importazioni delle auto premium tedesche» ed europee in genere. La combinazione dei due fenomeni «ha rappresentato un colpo durissimo» per il settore.
Sul quadro pesa poi la politica regolamentare di Bruxelles. Vavassori parla di «pietre regolamentari a go-go» che la Commissione europea sta mettendo nello zaino dell’automotive, determinando «uno svantaggio competitivo enorme rispetto al resto del mondo. In Europa abbiamo, a parte qualche eccezione, governi deboli». E il settore auto vede «governi che si esprimono in maniera antitetica rispetto alle scelte che le industrie degli stessi Paesi chiedono». Il risultato è un’Ue che perde tempo: «Da settembre 2024 abbiamo un’agenda molto chiara, determinata dal Rapporto Draghi. Ma non la stiamo seguendo e stiamo perdendo tantissima competitività. Ora dobbiamo svegliarci tutti».
Un segnale di possibile cambiamento arriva dalla Germania. Solo nelle ultime settimane, e «molto timidamente», il cancelliere Friedrich Merz e parte del suo governo hanno iniziato a considerare la Cina non più soltanto come un’opportunità ma anche come un problema. Berlino per anni ha frenato le politiche di difesa perché puntava a recuperare sul mercato cinese le quote perse dai propri costruttori. Ora si sta rendendo conto che quella strategia non è più sufficiente: «Sta provando a fare un bagno di realismo, molto tiepido ancora, ma abbiamo pochissimo tempo per agire».
Per Vavassori la responsabilità della paralisi europea è «triplice». Non è tutta della Commissione, che può presentare documenti e promesse ma «non ha soldi e non ha il supporto degli Stati». Una parte ricade sul Consiglio, cioè sui 27 governi, che non riescono a trovare una sintesi efficace sul Green Deal. «Questo immobilismo, questo stare inchiodati alla parete continuando a recitare Green Deal senza individuare vie pragmatiche per arrivare alla vetta della decarbonizzazione, sta facendo malissimo al settore».
Un esempio arriva da Jaguar Land Rover, con 4 mila posti in meno annunciati. E l’effetto sulla filiera è moltiplicativo: «Dietro ogni licenziamento di un costruttore ci sono almeno tre ulteriori licenziamenti nella filiera produttiva», perché la componentistica rappresenta circa l’80% del valore di un veicolo.
Il tempo delle analisi si è esaurito e Anfia spinge su due proposte: da una parte una riforma della Co2 basata sulla neutralità tecnologica e sulla libertà di scelta dei cittadini europei: «Non basta il bastone regolamentare per modificare atteggiamenti che in Europa per fortuna sono ancora liberi». Il secondo pilastro è il Made in Europe. L’Industrial Accelerator Act (Iaa) secondo Vavassori deve diventare uno strumento capace di mantenere vitale la filiera continentale. Così com’è concepito, però, «rischia di essere un boomerang pazzesco». L’industria automobilistica è «un asset indispensabile per l’autonomia strategica europea» e non può essere lasciata senza protezioni mentre la concorrenza cinese aumenta.
La richiesta è quindi una difesa temporanea e reciproca del mercato. Vavassori propone una quota libera di importazione dell’8% per veicoli e componenti cinesi e, oltre quella soglia, la possibilità di applicare un dazio dell’80%. I numeri rendono urgente la scelta. «Solo in Italia, lo scorso anno, le vendite di veicoli cinesi sono aumentate del 92%, raggiungendo una quota del 15%». La crisi dell’auto diventa così un banco di prova per la politica industriale europea. «Lo possiamo ancora fare, abbiamo pochissimo tempo». (riproduzione riservata)