Nonostante guerre e dazi e una performance da inizio anno di appena il +5,7%, il Nasdaq 100 ha toccato un nuovo massimo storico martedì 24 giugno. Un traguardo dal forte valore simbolico, che arriva al termine di un percorso in realtà piuttosto complesso, dopo uno dei maggiori indici mondiali ha attraversato una discesa veloce, toccando l’8 aprile il -23% dai massimi. Eppure, da quel minimo è partito un rimbalzo enorme: +30%, che ha riportato il Nasdaq 100 in territorio positivo. Certo, una performance contenuta se messa a confronto con il Ftse Mib da inizio anno (+15,5%) o col Dax (+18%).
Come sottolinea Daniel Debach, analista di eToro, è stato proprio dalla chiusura dell’8 aprile (alla vigilia dell’annuncio della moratoria di 90 giorni sui dazi) che il Nasdaq ha assunto la guida del recupero globale. Ma il recupero non è stato lineare perché la situazione macro resta complessa con le guerre in corso, l’intervento Usa in Medio Oriente, il downgrade di Moody’s del rating Usa anche in previsione di una forte crescita del debito pubblico se il progetto di taglio fiscale (Beautiful Bill) del presidente Donald Trump verrà approvato. Questo ha portato i credit default swap (funzionano come un'assicurazione contro il rischio di fallimento) sui titoli a 5 anni Usa fino a quota 40. Per avere un termine di paragone, l’Italia è a 48 e la Spagna a 31.
La ricerca di rifugio nei T bond, che storicamente si rafforzano nei momenti di incertezza, è diventata incostante portando il dollaro a toccare i minimi degli ultimi tre anni. I cosiddetti bond vigilantes (i grandi investitori che reagiscono alle politiche fiscali considerate irresponsabili da parte di un governo vendendo i titoli di Stato) si sono risvegliati, ricorda Debach, armati di una preoccupazione crescente per il deficit pubblico Usa. La tensione si è riflessa sul Nasdaq che l’11 aprile ha segnato la terribile death cross (croce di morte): la media mobile a 50 giorni ha rotto al ribasso quella a 200.
Una configurazione tecnica che spesso accompagna le fasi di panico o ne amplifica la percezione.E proprio l’8 aprile, il Fear & Greed Index, lo strumento utilizzato per misurare paura o avidità sui mercati, toccava i minimi. Il giorno seguente, il 9 aprile, i mercati mettevano a segno la miglior chiusura giornaliera dal 2008.
Debach a questo punto mette in evidenza che anche la composizione della performance del Nasdaq racconta una storia interessante. Da inizio anno, ben 70 aziende del paniere sono in territorio positivo. A primeggiare, in termini di rialzo percentuale, sono Palantir con un sorprendente +89,4% e Zscaler con il +71%. Ma in termini di contributo effettivo al rendimento dell’indice, misurato tramite l’Etf Qqq, i nomi da ricordare sono Microsoft, Netflix e Palantir. Questi titoli hanno prodotto a livello aggregato il 57% della performance complessiva del Nasdaq 100. Sul fronte opposto Apple ha sottratto all’indice 194,65 punti base, Tesla 61,8 e Alphabet 64,77. Insieme, queste tre hanno inciso negativamente per 321 punti base, oltre la metà del rendimento dell’indice.
Andando poi a guardare i primi 7 sette migliori titoli, compaiono Microsoft, Netflix, Palantir, Nvidia, Meta, Broadcom e Micron. Un portafoglio equiponderato su questi sette titoli avrebbe generato da inizio anno un +35,46%, contro un -0,22% registrato dalle Mag7 tradizionali (Apple, Microsoft, Nvidia, Tesla, Amazon, Meta, Alphabet). Una sovraperformance che, per Debach, «non è episodica, ma che si è ripetuta ogni anno dal 2022 ad oggi. Nel 2024, le Mag7 tradizionali avevano guadagnato il 61%, le nuove magnifiche 7 il 112%, nel 2023 il rapporto era 111% contro 129%». Ecco perché l’analista ritiene che sia giunto il momento di aggiornare l’acronimo. Le sette sorelle di un tempo non sono più quelle che guidano Wall Street: «c’è un nuovo gruppo di regine. Il futuro potrebbe appartenere a loro». (riproduzione riservata)