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Andrea Resti (Bocconi): l’Unione Bancaria va completata, ma la Bce rimane un motore di integrazione
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Andrea Resti (Bocconi): l’Unione Bancaria va completata, ma la Bce rimane un motore di integrazione

02 agosto 2024, 17:21 Ultimo aggiornamento: 17:32

Per il professore della Bocconi il principale successo è aver creato un’infrastruttura di vigilanza robusta. Il consolidamento transfrontaliero? Il problema non è solo regolamentare. Andrebbe eliminato un malinteso senso dell’interesse nazionale

L’Unione Bancaria non è ancora stata completata nell’Eurozona. Manca ancora un’assicurazione integrata dei depositi, che renda tutte le banche ugualmente sicure agli occhi del pubblico. Ma bisogna dare atto alla Bce di essere un formidabile motore di integrazione. Il processo non va fermato. Questa è l’opinione di Andrea Resti, Professore associato del Dipartimento di finanza dell'Università Bocconi ed esperto di sistemi creditizi e di regolamentazione bancaria. 

Domanda. Professor Resti, che sistema bancario ha ereditato la vigilanza unica Bce dieci anni fa?

Risposta. Un sistema affetto da significative debolezze, che ancora non aveva del tutto digerito la crisi dei titoli strutturati collegati ai mutui subprime e che vedeva gli intermediari di alcuni Paesi in difficoltà a causa delle forti perdite maturate sui titoli di Stato.

D. Oggi in quasi tutta l’Eurozona i coefficienti di capitale sono cresciuti mentre i non performing loan sono diminuiti in maniera drastica. Questi possono essere considerati i principali risultati raggiunti?

R. Retrospettivamente, sì. In prospettiva, il principale successo è aver creato un’infrastruttura di vigilanza robusta, relativamente trasparente, in grado di intervenire senza ritardo a fronte di nuovi rischi finanziari o macroeconomici. Penso alle misure prese durante il Covid 19, o alle verifiche compiute con le singole banche quando i titoli di Stato e altri attivi a lungo termine rischiavano forti perdite per il rialzo dei tassi, in stile Silicon Valley Bank.

D. Salvo la fiammata del 2020, il credito (soprattutto quello alle imprese) è cresciuto lentamente in molti paesi europei e in alcune fasi è drammaticamente calato. Nemmeno nel periodo delle politiche monetarie espansive peraltro il trend è stato particolarmente vivace. A suo avviso questo è un problema che la vigilanza ha sottovalutato o di fronte al quale si è trovata impotente?

R. Stimolare il credito è compito dei governi e della banca centrale. Un supervisore deve, se mai, preoccuparsi quando gli impieghi crescono più dell’economia reale e intervenire per scongiurare il rischio di bolle ingiustificate. Si spiega così il paradosso della Bce, che negli anni scorsi ha stimolato il credito con le politiche monetarie espansive di Mario Draghi mentre teneva sotto controllo gli attivi bancari imponendo, con Danièle Nouy, una riduzione della leva finanziaria. Qualcuno ha parlato di strabismo, a me è parsa una normale distinzione di compiti tra banca centrale e vigilanza. 

D. Nell’agenda degli ultimi anni sono entrate le policy Esg. Se da un lato l’attenzione è doverosa, c’è chi teme che soprattutto le nuove regole sul rischio climatico possano penalizzare l’accesso al credito. Qual è la sua opinione?

R. Molti investitori, pensando ai propri figli, sostengono volentieri le aziende che perseguono politiche di decarbonizzazione e gli istituti di credito impegnati ad accompagnarle. Le stesse banche, poi, hanno un evidente incentivo ad aiutare gli imprenditori a proteggersi contro eventi climatici come le inondazioni o la siccità, che possono metterne a repentaglio la produzione e l’equilibrio finanziario. E’ dunque possibile investire, erogare credito e insieme ridurre i rischi climatici.

D. All’Europa mancano campioni bancari internazionali che possono nascere solo da operazioni di M&A transfrontaliere. I principali ostacoli sono regolamentari?

R. Solo in parte. Andrebbero certo rimosse alcune barriere normative, come quelle alla circolazione della liquidità intragruppo nelle banche multinazionali. Ma ancor di più andrebbe eliminato un malinteso senso dell’interesse nazionale, che rende alcuni sistemi bancari europei, non il nostro, impermeabili alle acquisizioni straniere a causa dei “legami di sangue” tra grandi intermediari e governi, per usare una bella immagine di Aurore Lalucq, da poco subentrata a Irene Tinagli come capo della commissione Finanze del parlamento europeo.

D. In generale cosa manca per completare il processo iniziato nel 2014? Cosa manca all’Europa per avere una vera Unione Bancaria?

R. Certamente un’assicurazione integrata dei depositi, che renda tutte le banche ugualmente sicure agli occhi del pubblico. Non sottovalutiamo però quello che è stato fatto negli ultimi anni: una Bce più trasparente e credibile, che impone prassi uguali per tutti, può essere un formidabile motore di integrazione. Il processo non va fermato.

D. Un progetto su cui Bce è al lavoro è l’euro digitale. Condivide i timori di disintermediazione che molti banchieri hanno in questa fase in relazione al progetto di Francoforte?

R. Mi pare che i rischi dell’integrazione siano ben presenti a chi segue il progetto, prima Fabio Panetta e ora Piero Cipollone. I commercianti potranno spostare euro digitali ma non possederli, e i privati potranno possederne solo una piccola quantità, non remunerata. Non vedo dunque un reale rischio di disintermediazione. (riproduzione riservata)



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