L’economia dell’Eurozona si indebolisce ancora mandando un segnale importante alla Bce in vista del consiglio direttivo di giovedì. L’indice Pmi composito dell’area euro, basato sulle indicazioni di 5 mila imprese, è sceso a luglio a 48,9, da 49,9 di giugno, un valore peggiore rispetto alle attese degli analisti. È stato toccato il livello più basso degli ultimi otto mesi. Ciò vuol dire che all’inizio del terzo trimestre l’Eurozona ha frenato ulteriormente scendendo in modo più netto sotto la soglia di 50 che separa l’espansione dalla contrazione.
Dopo due trimestri (l’ultimo del 2022 e il primo del 2023) in cui la recessione tecnica è stata evitata soltanto per un aggiornamento statistico pari allo 0,1% del pil, l’economia europea potrebbe frenare ancora nel corso dell’anno, andando contro le aspettative di un rimbalzo nella seconda metà del 2023. La manifattura è in grave difficoltà e i servizi, dopo aver trainato a lungo l’attività, sono vicini allo stallo.
Gli ultimi indici Pmi indicano «un possibile inasprimento della contrazione in grado di spingere le aziende a rinunciare ai piani di assunzione», secondo S&P Global che produce i valori. Così anche il mercato del lavoro, finora punto di forza dell’Eurozona, inizia a perdere colpi. Inoltre «la pressione sui prezzi ha segnato un calo. I prezzi medi di vendita hanno mostrato il rialzo più lento in quasi due anni e mezzo», secondo S&P Global. La disinflazione in corso è un altro segnale che dovrebbe spingere la Bce alla cautela. Un ulteriore indicazione potrebbe arrivare oggi dal Bank Lending Survey in caso di una nuova contrazione del credito nell’Eurozona.
Gli analisti ritengono che questi dati negativi sulla crescita e positivi sull’inflazione non fermeranno comunque giovedì la Bce dal rialzo dei tassi di 25 punti base, annunciato in anticipo nonostante la «dipendenza dei dati» da parte della banca centrale. La principale attesa è per la comunicazione della presidente Christine Lagarde riguardo alla riunione di settembre. La maggior parte degli economisti ritiene che Francoforte non si sbilancerà più sui rialzi futuri.
In tal senso sono andate anche le recenti dichiarazioni di falchi come il presidente della Bundesbank Joachim Nagel e il governatore olandese Klaas Knot. Persino i banchieri centrali più rigidi iniziano a considerare i rischi di una stretta eccessiva, come sottolineato già il 30 giugno da MF-Milano Finanza. Adesso anche i mercati e gli analisti, che erano pronti a una nuova stretta a settembre, stanno scontando una minore probabilità di un altro aumento dei tassi. Soltanto Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo, è ancora convinta che sia «meglio fare troppo che poco» sui tassi, una posizione duramente criticata dall’economista Adam Tooze (si veda MF-Milano Finanza dell’11 luglio).
L’inflazione sta scendendo in modo sostenuto nell’Eurozona: ora è al 5,5%, dal 10,6% di ottobre. Anche il dato core, al netto di energia e cibo, è al 5,5%. «La dinamica della disinflazione nell’area euro si è ampliata», ha osservato l’ex vicepresidente Bce Vitor Constancio. «Ciò si rifletterà sulle decisioni in materia di salari/prezzi, contribuendo a una futura diminuzione dell’inflazione di fondo che, a torto, è stata assunta come obiettivo proxy della politica monetaria». L’inflazione core non è un indice anticipatore del dato complessivo. Il valore noto come Pcci (Persistent and Common Component of Inflation), più preciso nel misurare l’inflazione di fondo e più capace di prevedere le dinamiche future, è sceso al 2,9% a giugno, dal 6,6% di un anno prima.
«I dati su occupazione e prezzi continuano a scendere indicando sviluppi dovish», ha osservato Hsbc. «Per settembre aumentano la probabilità di revisioni al ribasso delle prospettive di crescita e inflazione. Cresce il rischio che la Bce abbia aumentato i tassi eccessivamente», ha rilevato Citi. Per Unicredit a settembre ci sarà «molta più debolezza nell’attività economica rispetto alle previsioni di giugno». (riproduzione riservata)