Come da alcuni anni accade, all’approssimarsi della formazione della prossima legge di bilancio stanno tornando in ballo la tassazione dei cosiddetti extra profitti delle banche e l’impiego, in questo caso sostenuto da gruppi più ristretti, delle riserve della Banca d’Italia che poi si fanno coincidere con le sole riserve auree.
Sul primo punto, i prevalenti fautori, soprattutto la Lega, parlano di contributo strutturale delle banche (qualunque cosa significhi); altri, tra cui Forza Italia, sostengono che il contributo dovrebbe essere «volontario», frutto di un negoziato governo-banche. Linguaggi e proposte che ormai fanno strame anche delle parole e dimenticano che l’intesa dello scorso anno con le banche copre pure quest’anno e il prossimo: quanto meno, al di là delle evidenti contraddizioni, bisogna motivare le ragioni per le quali si ritorna in materia e dimostrare perché oggi si propongono nuove decisioni. Pacta sunt servanda non vale più?
Ma sempre in questi giorni si ritornava a parlare, come accennato, di riserve della Banca centrale. È rinvenuto in mente quel che molti anni fa si diceva in tono scherzoso parlando delle statistiche dell’Olanda e il resto del mondo, con il ruolo implicito che così veniva dato alla nazione olandese. La decisione della banca centrale di rimpatriare, a conclusione di un progetto avviato nel marzo scorso, 86 tonnellate di riserve auree custodite negli Usa e in Canada per depositarle in Inghilterra ha destato una certa sorpresa, anche se vi è qualche precedente che ha riguardato, per esempio, la Francia.
Non è tuttavia la decisione in sé che può destare stupore quanto piuttosto le motivazioni. Correttamente comprensibile quella che fa leva sulla più facile amministrazione e negoziabilità nel mercato inglese; suscettibile di procurare allarmi, invece, quella di essere pronti a fronteggiare una crisi, con chiari riferimenti alle gravi tensioni geopolitiche. Insomma, il ritiro delle riserve può essere considerata una decisione di normale amministrazione, ma tale non è la motivazione, capace di innescare un effetto-annuncio quando si chiamano in ballo le esigenze di sicurezza e prevenzione o contrasto di un’eventuale crisi.
Anche se non più con la stretta periodicità del passato, anche in Italia viene manifestata l’esigenza-opportunità di un rimpatrio delle riserve auree depositate per oltre il 40% dell’ammontare complessivo negli Usa, mentre altre quote sono allocate in Paesi europei e nelle sacristie di Palazzo Koch. La Banca centrale olandese non ha verosimilmente ritenuto necessario un raccordo con la Bce anche per valutare la posizione delle consorelle dell’Eurosistema. L’oro posseduto dalle banche in questione, a cominciare dalla Banca d’Italia, concorre a presidiare la stabilità della moneta. Il sito dell’istituto di Via Nazionale fornisce informazioni dettagliate ed esaustive sulle riserve. Pur non vigendo più il gold standard né il gold bullion standard, essendo venuto meno nel 1971 l’obbligo della convertibilità del dollaro in oro, il metallo giallo continua tuttavia a svolgere un funzione di rassicurazione sulla stabilità della moneta, alla quale concorrono molti altri fattori, a cominciare dall’economia del Paese o dell'area, come nel caso della Bce.
Resta, comunque, nel sentire comune una ipervalutazione della funzione dell’oro - che Keynes, invece, riteneva una barbaric relic - a volte, però, bilanciata da visioni opposte che spingono per la vendita di parte di queste riserve. Accadde con frequenza all’inizio del nuovo millennio quando molti sostenevano l’opportunità che la Banca d’Italia vendesse parte dell’oro posseduto, al di là degli accordi limitativi vigenti tra banche centrali. L’allora governatore Antonio Fazio, benché attaccato per la decisione di non vendere, resistette fermamente con la conseguenza che gli stessi che prima lo avevano contestato, poi, al netto miglioramento delle quotazioni del metallo, elogiarono la tenuta dell’istituto centrale. La Banca d’Italia ha un deposito negli Usa di 1.061,5 tonnellate di oro, pari al 43,29% dell’ammontare complessivo (corrispondente a un valore in euro di circa 300 miliardi).
Nella graduatoria degli istituti centrali per possesso di riserve auree, Banca d’Italia è il terzo, dopo gli Istituti rispettivamente di Usa e Germania. Non avverte giustamente alcuna esigenza, almeno per ora, di rimpatriare i fondi in questione.
Lo scorso anno, in Italia una grottesca polemica alimentata da alcuni schieramenti in sede politica affrontò il tema delle riserve auree per arrivare a prevedere una norma che stabilisce la loro appartenenza al popolo italiano - questione mai messa in dubbio da chicchessia - riconoscendo pienamente i poteri di Banca d’Italia nei cui bilanci le riserve sono iscritte, altra situazione del pari mai storicamente negata.
Pensare di ricorrere alle riserve in questione confliggerebbe con norme fondamentali a partire dal Trattato Ue e priverebbe la banca e il Paese nel caso di attacchi alla moneta o per qualsivoglia questa abbia bisogno di sostegno. Sarebbe un’operazione dissennata. L’oro della Banca d’Italia in oltre 130 anni subì l’unico attacco - una vera e propria rapina, sia pure in guerra - per mano delle truppe tedesche che, quasi al termine del secondo conflitto mondiale, si apprestavano a lasciare Roma. Ne scaturì un processo, dopo la Liberazione, al termine del quale la sentenza colpiva l’allora governatore, Vincenzo Azzolini, prima con la condanna a morte; poi un nuovo processo ridusse la pena a 30 anni; infine, con ancora un’altra sentenza, Azzolini fu assolto e riabilitato.
Per tornare alla decisione olandese, occorrerà, dato il contesto delle due guerre in corso, della crisi energetica, dei problemi climatici ed ecologici, della transazione digitale e delle altre crisi geopolitiche, fare bene attenzione a decisioni che possono essere mal capite o strumentalizzate. A ben vedere, si tratta di decisioni proprie dei tempi di guerra nei quali è difficile dire che tutto l’Occidente oggi si trovi. Per quanto le politiche di Trump possano spingere verso forme di prevenzione anche eccessiva, la via da seguire resta quella dei raccordi internazionali, dell’affermazione del ruolo delle istituzioni globali, dello stesso diritto internazionale che non è di certo supplito dall’oro e dall’auri sacra fames, come in Virgilio. (riproduzione riservata)