Ancora non ha la matematica certezza di farcela: il maxi-partito dei deputati al primo mandato, che a Montecitorio pesa più del 40%, continua a temere di non riuscire a maturare il diritto a beneficiare dell’ex vitalizio. Anche perché se ci saranno intoppi nella fase finale del travagliato cammino della riforma elettorale, Giorgia Meloni potrebbe essere tentata di andare al voto già a inizio 2027, in largo anticipo sulla deadline di metà aprile che apre la strada alla pensione ai parlamentari alla prima esperienza.
Al di là della tempistica per la conclusione dell’attuale legislatura, proprio i costi previdenziali continuano a essere una vera spina nel fianco nei conti di Montecitorio, dove soltanto da pochi anni è stato realmente adottato il metodo contributivo, nato negli anni 90 con la legge Dini ed esteso dalla riforma Fornero.
Alla fine del 2026 la spesa pensionistica sostenuta dalla Camera per gli ex deputati e per il proprio personale dovrebbe risultare più alta del 3,79% rispetto a quella del 2025, facendo registrare una crescita maggiore di quasi l’1% nel confronto con le previsioni tendenziali indicate l’aprile scorso nel Documento di finanza pubblica del governo sull’andamento delle uscite per gli assegni previdenziali di tutti gli italiani (+2,8%). In altre parole, quest’anno la spesa per pensioni della Camera corre molto più veloce di quella prevista per l’intero Paese, anche se poi nel 2027 dovrebbe rallentare sensibilmente.
L’ammissione è contenuta nello stesso progetto di bilancio per il 2026, e per il biennio 2027-2028, che ha ottenuto all’inizio dell’estate l’ok dell’ufficio di Presidenza di Montecitorio. «In termini percentuali», si legge nel documento, «la spesa pensionistica nel bilancio della Camera evidenzia nel primo anno un maggior incremento rispetto a quello previsto nel Dfp per la spesa pensionistica dell’ordinamento generale».
Anche se nella relazione del collegio dei questori, composto da Paolo Trancassini, Alessandro Manuel Benvenuto e Filippo Scerra, si tiene a sottolineare che nel 2027 «si registra un incremento percentuale nettamente inferiore» (+1,58% contro il +3,8% stimato nel Dfp per le uscite previdenziali complessive). Nel 2028 i costi pensionistici della Camera dovrebbero però tornare a salire in maniera non trascurabile (+3,21%) ma risultando non troppo lontani da quelli previsti per il bilancio dello Stato (+3,1%).
In due anni su tre, insomma, gli oneri pensionistici per ex deputati e personale di Montecitorio dovrebbero marciare a un ritmo più sostenuto di quelli stimati per il resto degli oltre 16 milioni di pensionati italiani, in larga parte targati Inps. A Montecitorio però si fa notare che nell’arco del triennio l’andatura delle uscite per pensioni della Camera risulta più contenuta rispetto a quella complessiva.
E lo stesso progetto di bilancio lo evidenzia: «Nel complesso, se si confronta il dato aggregato relativo al triennio 2026-28, l’incrementi che la spesa pensionistica della Camera fa registrare nel 2028 rispetto al 2025 è pari all’8,81% e risulta inferiore di oltre un punto percentuale rispetto al dato registrato nella spesa per pensioni dell’ordinamento generale, pari a circa il 10%».
A prescindere dell’analisi dell’andamento della spesa su base triennale, un dato emerge in modo inequivocabile: a fine anno oltre il 47% delle uscite totali di Montecitorio, che dovrebbero arrivare a 996,72 milioni di euro, risulterà assorbito dalla voce previdenza, per la quale è prevista una spesa di 472,041 milioni di euro (17,2 milioni in più sul 2025) tra ex vitalizi dei deputati (130,1 milioni) e assegni previdenziali del personale (poco meno di 342 milioni). (riproduzione riservata)